La Salomè di Wilde in una dimensione “SenzaTempo”

La Salomè di Wilde in una dimensione “SenzaTempo”

Era il 1893 quando la sottile penna di Oscar Wilde diede vita ad una rilettura tanto complessa quanto bizzarra della storia di Salomè. Lungi dall’attenersi a quanto tramandato dalle versioni evangeliche degli apostoli, Wilde riversò in un dramma il racconto di una Salomè innamorata del profeta Jokanaan (Il Giovanni Battista) e da questi respinta. Tantissime le versioni cinematografiche e teatrali di quest’opera che, nei suoi primi anni di vita, venne condannata dal clero cristiano come blasfema e perversa. Lo scorso 4 giugno, presso il Teatro dell’Orologio a Roma, la Salomè di Wilde ha avuto la possibilità di rivivere grazie alla compagnia “Teatro SenzaTempo” Accademia di Arti Drammatiche, che l’ha attualizzata attribuendole una grintosa veste rock senza però stravolgerne i contenuti.

La scena, costituita da un banchetto attorno al quale si raccolgono i cortigiani di Erode Antipa, che della Giudea è il tetrarca, si apre nei pressi di una “antica cisterna circondata da una parete di bronzo verde” nella quale si trova imprigionato il profeta Jokanaan (un eccezionale Andrea Guerini). Al chiarore disarmante di una luna che in cielo risplende particolarmente luminosa, il Paggio di Erodiade cerca di convincere il giovane siriaco a capo della guardia di Erode a non lasciarsi ammaliare dalla bellezza di Salomè perché si dice porti sventure.

Quella Salomè, interpretata da una candida e delicata Lorenza Sacchetto che, vedendo Jokanaan, se ne innamora perdutamente. È un amore carnale quello che Salomè prova nei confronti del profeta («Concedimi di baciare la tua bocca, Jokanaan»), un amore che sfocia gradualmente in ossessione e in immagini di sangue e morte quando, vedendosi respinta ancora una volta, chiede ad Erode, interpretato magistralmente dal regista Antonio Nobili, di ottenere che ne venga portata la testa su un piatto d’argento quale ricompensa per la richiesta avanzata dallo stesso Erode di danzare per lui. Erode, inizialmente smarrito, supplica Salomè di cambiare idea. «Chiedimi anche la metà del mio regno» le dice «ma non la testa del profeta». Una supplica che non sarà accolta per non venir meno al giuramento prestatole davanti ad altri commensali.

Salomè, la cui figura è costantemente messa in parallelismo con l’immagine di una luna che sa essere tanto bella e affascinante quanto pericolosa, è schiacciata dal peso di un padre superstizioso e una madre, Erodiade, che col marito vive un rapporto tormentato. Impeccabile è la presenza scenica e l’interpretazione di Antonio Nobili e Micaela Bonito (Erode ed Erodiade) che conferiscono al dramma quella marcia in più che agli spettatori fa pensare si tratti di una rappresentazione pressoché perfetta. Mentre la Salomè dei Vangeli ripropone danze sommesse e sensuali, quella di Wilde evoca sinuose movenze erotiche che l’esperta mano del regista Tommaso Bernabeo sa bene come condurre e riportare sul palcoscenico senza farle apparire volgari o sconvenienti.

L’atemporalità del testo è in questo caso sottolineata dall’uso curioso di ritmi rock che scandiscono l’alternarsi delle scene facendo in modo che l’opera assuma una connotazione maggiormente attuale, pur restando fedele alla versione wildiana di riferimento. Ancora una splendida prova per i ragazzi dell’Accademia di Arti Drammatiche “Teatro SenzaTempo” che ogni giorno, sotto la sapiente guida di Antonio Nobili e Mary Ferrara, hanno la fortuna di crescere in un ambiente stimolante, che esalta il talento e premia il sacrificio.

Eleonora La Rocca
13 giugno 2014

 
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