L’innaffiatore del cervello di Passannante: Ulderico Pesce racconta la storia dell’anarchico lucano

L’innaffiatore del cervello di Passannante: Ulderico Pesce racconta la storia dell’anarchico lucano

Ulderico-pesce-il-cervello-di-passannanteAnche quest’anno Ulderico Pesce ha portato in scena la tragica storia di Giovanni Passannante, al Teatro Eutheca di Roma, a Cinecittà, il 28 e 29 marzo; una storia di due secoli fa, che Pesce, non solo interprete ma anche autore della pièce, continua a far rivivere attraverso il suo teatro di narrazione. Lo spettacolo si inserisce all’interno di una rassegna dedicata al teatro di narrazione e di impegno civile, che il Teatro Eutheca coraggiosamente porta avanti; il prossimo appuntamento è con Racconti incivili, il 4, 5 e 6 aprile.

Come si evince dalla rappresentazione, Passannante era un uomo di bassa estrazione sociale, nato in un piccolo paese della Basilicata – la stessa terra dell’attore – che si chiamava Salvia; egli passò alla storia per aver assalito nel 1878 il re Umberto I di Savoia, con un temperino dalla lama di quattro dita. Da quel momento Passannante fu arrestato, processato in modo sommario, condannato a morte. La vicenda sollevò un certo clamore per cui il re decise di graziarlo, convertendo la pena in ergastolo, sebbene Passannante avesse chiesto di essere giustiziato senza ricorrere neppure alla richiesta di grazia; contemporaneamente, per puro spirito di rappresaglia, la madre e i fratelli di Passannante vennero internati nel manicomio criminale di Aversa e il suo paese d’origine venne ribattezzato Savoia di Lucania. Passannante venne rinchiuso in una torre sull’isola d’Elba – che oggi porta il suo nome -, in una cella dalle dimensioni ridotte, in maniera disumana, sotto il livello del mare, in completo isolamento. Col passare del tempo Passannante si ammalò di diverse patologie e arrivò alla follia; dopo diversi anni fu trasferito in un manicomio criminale, dove morì nel 1910.

Questa è la triste vicenda con cui il pubblico si confronta, ma a narrarla non è Passannante o un qualche personaggio in costume, bensì un carabiniere dei nostri giorni, come dice il titolo: l’innaffiatore del cervello. Difatti dopo la morte il corpo di Passannante non trovò la pace della sepoltura, fu smembrato, dato in pasto a delle bestie; il cranio e il cervello vennero però conservati ed esposti nel Museo Criminologico di Roma – gestito dalle forze dell’ordine e tutt’ora in funzione -, dal momento che secondo le concezioni mediche del tempo vi si ravvisava chiaramente la conformazione fisica di un “criminale abituale”. Così, per quasi un secolo, il cervello di Giovanni Passannante, custodito in una teca, è stato ripetutamente annaffiato con la formalina dal carabiniere in servizio. Così Pesce veste gli abiti dell’Arma, si fa carabiniere, giovane, inesperto, terrone dalla scarsa istruzione, ingranaggio inconsapevole di un sistema aberrante – qui il riferimento agli eventi del G8 di Genova -. Ad un certo punto il carabiniere s’innamora, scopre la storia che quella teca cela e l’ingiustizia che ancora subisce Passannante, decide così di seppellirne i resti – al riguardo pertinente e scenicamente ben riuscito il riferimento alla pietà di Antigone -; la pièce si conclude positivamente.

Nella realtà dei fatti non si può dire lo stesso, sebbene dopo anni di battaglia politica, ad opera dello stesso attore, Passannante sia tornato effettivamente al suo paese; la vicenda dell’”eroe intelligente, che voleva sfregiare il re e dimostrare l’inconsistenza dell’unità d’Italia” – così ne parla Pesce – deve ancora concludersi. Per questo dopo tanti anni lo spettacolo continua ad avere il suo valore, perché c’è la memoria di un uomo da riabilitare, la sua storia, che in fin dei conti è anche la storia del nostro Paese, da rendere nota, e infine un paesino in Basilicata a cui restituire il suo vero nome – al riguardo si può firmare la petizione sul sito www.uldericopesce.it -.

Anna Dotti
31 marzo 2014

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