Intervista a Vincenzo Failla, il meraviglioso e sorprendente Mastro Titta di “Rugantino”

Intervista a Vincenzo Failla, il meraviglioso e sorprendente Mastro Titta di “Rugantino”

Failla-rugantino.2Si respira un’aria profondamente distesa ed amichevole dietro le quinte del Sistina, il teatro-tempio dei romani che dal 14 novembre ospita l’ultima rinnovata edizione del “Rugantino” di Garinei e Giovannini, una delle commedie musicali più amate dagli italiani. Perché le emozioni che il teatro regala non si arrestano a quanto si vede sul solo palcoscenico; il vero spettacolo è molto spesso costituito dal variopinto e vivo mondo di professionisti coinvolti nella creazione di costumi, scenografie e musica, vale a dire di tutti coloro che, proprio dietro le quinte e lontano dai curiosi sguardi del pubblico, si adoperano affinché ogni rappresentazione si concluda con successo.
Il cast, sorridente e divertito, saluta con grande rispetto quell’uomo, buono come il personaggio nei cui panni è calato da innumerevoli repliche, che cordialmente risponde restituendo a ciascuno un sorriso nuovo. Sono in compagnia di Vincenzo Failla, immenso e poliedrico artista di fiere origini sicule che, nell’edizione “brignanesca” del Rugantino, è chiamato ad interpretare il ruolo di Mastro Titta, il boia dal cuore d’oro che ha cucito addosso il pesante fardello della sua professione. Failla mi fa strada lungo il corridoio che collega l’ingresso al “dietro le quinte” ed ai camerini dello stesso teatro e frattanto penso come sia unica l’atmosfera di assoluta e tangibile freschezza di questi spazi: ogni centimetro di questo signorile e raffinato teatro gronda infatti fascino e storia.
Dai modi gentili e cortesi, fin dai primi istanti Vincenzo mi colpisce per quell’umiltà, che non è falsa modestia, di chi vale tanto ma si mostra sempre pronto all’ascolto. Umile quanto le parole da lui stesso pronunciate alla conferenza stampa di presentazione di “Rugantino”. «Vi prego, non ricordatemi che Aldo Fabrizi prima di me è stato Mastro Titta o domani sera rischio di non debuttare», aveva detto ai giornalisti intervenuti in quella circostanza, ignaro del fatto che avrebbe poi conquistato il vasto e caloroso pubblico del Sistina portando in scena la sua stessa paternale dolcezza e la sua grandissima umanità.Failla-rugantino

Caro signor Failla, innanzitutto volevo che mi raccontasse come ha vissuto i giorni immediatamente precedenti il debutto. Alla conferenza stampa di presentazione dello spettacolo l’ho sentita vivere con intensa preoccupazione il peso dell’importante eredità di Aldo Fabrizi.

Sì, in realtà ero molto emozionato per differenti ragioni, prima fra tutte il rispetto che nutro nei confronti del mio lavoro che è per me vero motivo di vita. Una cosa che ripeto spesso è che quello dell’attore, e dell’artista più in generale, è un mestiere che va preso come il farsi monaco, si sceglie di intraprenderlo non certo per soldi o per fama ma perché si sente una reale vocazione. E poi fare Rugantino al Sistina nel ruolo che fu del grande Fabrizi.. beh, pur non essendo romano, sono state tutte componenti che mi hanno entusiasmato e, allo stesso tempo, commosso. E tuttora continuano ad emozionarmi.

Quella di Mastro Titta è una figura estremamente affascinante, quella che più di tutte sembra incarnare il cambiamento. Sbaglio?

Assolutamente no, quello di Mastro Titta è il ruolo più bello di “Rugantino”, non ci sono dubbi. Quando Luigi Magni ha ideato questo ruolo, il tutto è stato costruito attorno alla figura di Mastro Titta; Fabrizi fu chiamato perché in quel momento della sua carriera godeva di una grandissima popolarità ed era uno degli artisti più amati dal pubblico. Il ruolo di Rugantino è quello tipico di una maschera, un giovane imbroglioncello di quartiere che riesce sempre a “rugare”, cioè a portare le cose a suo vantaggio; però c’è da dire che, dietro l’apparenza truffaldina, si nasconde un ragazzetto dotato di una sua dignità se consideriamo che accetta di morire per una colpa che non gli è propria. Ma direi che il personaggio quasi a tutto tondo, e non certo per motivi di ingombro (ride), è quello di Mastro Titta. E’ colui che incarna tutti i cambiamenti possibili: autoritario e costituzionale quando rappresenta la legge, è lui che possiede i contatti con il papato; ingenuamente infantile quando rimprovera Rugantino e lo fa con la tenerezza tipica di un padre che si rivolge al proprio figlio, e allo stesso modo è un bambino quando si innamora di Eusebia e la accetta anche dopo aver scoperto di esser stato raggirato. Mastro Titta è tutto: è buono e sincero quanto autoritario e severo.

Rugantino, al contrario, ha un ruolo decisamente più statico?

Rugantino ha un carattere drammaturgico estremamente divertente e frizzante però il suo taglio rimane lo stesso durante tutto lo spettacolo.

Proprio in virtù del carattere statico di Rugantino, si potrebbe intravedere una sorta di apatia del personaggio che, pur avendo la possibilità di dimostrare la propria innocenza, preferisce accettare passivamente il proprio destino. Si tratta di pigrizia o di un atto di coraggio?

Io credo entrambe le cose. E’ Rugantino stesso a costruire questa situazione, la vuole ma non trova poi la forza necessaria per tirarsene fuori; probabilmente è l’ennesimo scherzo che decide di giocare a se stesso e la tanto attesa occasione di passare per una persona forte e coraggiosa, di far bella figura anche con gli altri. E la scena del carcere conferma un po’ la paura che prova dinanzi alla morte. Ma forse è anche giusto che sorga questo dubbio in capo alla gente, essendo una sorta di destino, lo stesso a cui sono andati incontro molti ruoli e molti attori nel corso degli anni. E’ in questo modo che si aiuta a costruire una favola.

Verissimo. Com’è stato recitare in uno dei teatri più importanti di Roma e che ha visto passare i più grandi dello spettacolo italiano?

Guarda, ho avuto l’immensa fortuna di conoscere Pietro Garinei, ma dopo la morte di Giovannini; mi aveva chiamato più volte anche in precedenza ma, per una serie di circostanze, non avevo mai avuto modo di accettare le sue proposte. L’ho fatto prendendo parte a “Se il tempo fosse un gambero” con Max Giusti, è lì ho avuto l’onore di lavorare con lo stesso Garinei, Armando Trovajoli ed il Sistina. Quello di Rugantino è stato un piacevole ritorno in questo magnifico teatro.

(Mi mostra un bigliettino recante un affettuoso messaggio da parte dello staff del Sistina: ” Con tutto il nostro caro affetto, bentornato Vincenzo e in bocca al lupo”)

Leggendo il suo curriculum non ho potuto fare a meno di notare che ha fatto davvero tantissimo nella sua vita. Non è solo attore, insegna in una scuola di recitazione e nutre una spropositata passione per il canto.

Certo, insegno in diverse strutture però ho anche un trascorso da formatore. Lavoro da un po’ di tempo con alcune aziende di Milano e Genova, principalmente ci occupiamo di corsi di comunicazione e public speaking, lo facciamo anche dentro multinazionali ed imprese. Attualmente sto insegnando anche in una Scuola di Dizione, Public Speaking e Lettura Interpretata che ha sede a Roma e Napoli e in una Scuola di Cinema in provincia di Roma in cui mi occupo di comunicazione interna ed esterna al set, cioé come comunicare all’interno del set e cosa comunicare poi attraverso le pellicole.

Ha una personalità decisamente poliedrica. Ma c’è un’attività che predilige rispetto ad altre? Mi risulta sia un grande appassionato di musica.

Sì, ho cominciato a suonare all’età di sette anni ed ho sempre fatto il musicista fino a quando, a ventuno o ventidue anni, non ho incontrato Arnoldo Foà, che considero il mio più grande maestro. In fondo non ho mai smesso di considerarmi un musicista e sono felice di esserlo. Suono principalmente musica jazz e swing ma adoro anche la musica classica. Con Foà ho scoperto il teatro ed il suo enorme fascino, questo mi ha poi portato al cinema ed il cinema ha fatto lo stesso con la televisione. Si può dire che abbia fatto veramente di tutto nel mondo dello spettacolo: operette, ho suonato la batteria in un circo di Mosca in una lunga tournèe nel 1984, mi sono occupato anche di lirica recitando un ruolo muto nel “Falstaff” di Verdi. Cosa preferisco? Davvero non saprei dirtelo, adoro ogni piccola attività di cui mi sono interessato.

E se Le chiedessi cos’è la musica?

Failla-rugantino.1pgLa musica è la vita. Tutto ciò che faccio a teatro deriva dalla mia primigenia passione per il concetto che ne ho. C’è un termine in musica che prende il nome di “dinamica” ed è lo studio dei cambiamenti, degli accenti, dei forti, dei piano, del volume, degli attacchi, dei ritardi. Ecco, per me la musica è dinamica, è lo studio meticoloso e puntuale di tutti questi colori e di tutte le sfumature che le appartengono. Io ho portato lo stesso metro anche nella recitazione perché, anche all’interno della parola, è individuabile lo stesso tipo di studio; nella parola è presente moltissima musica ed io ne sono da sempre affascinato. Mi piace la comunicazione verbale e adoro quella paraverbale, più che il “cosa” dire mi è sempre interessato approfondire lo studio del “come” poterlo dire. Anni or sono ho realizzato dei corsi per la Regione Lazio indirizzati a bambini di sei e sette anni e, in quella occasione, ho avuto modo di far comprendere che si tende a recepire molto il modo in cui qualcosa viene detto più che il fatto in sé. E mi piace porre l’accento su quest’aspetto perché negli anni ho constatato che molti dei problemi di comunicazione nei rapporti sociali derivano dalla mancata cura con cui si dicono le cose, anche le più banali. Se, ad esempio, entrando in un bar, badassimo al modo in cui chiediamo un caffè, sicuramente potremmo suscitare negli altri una maggiore educazione ed un maggior garbo, ma siamo noi a dover dare quest’esempio per primi. Risulta chiaro che poco possiamo pretendere al contrario. Spesso ci fa comodo dimenticare che, coloro con i quali ci rapportiamo ogni giorno, sono individui che hanno i loro problemi, esattamente come noi. Se si usano maniere e toni gentili, quasi si costringono gli altri a fare altrettanto ma, ripeto, dobbiamo avere noi la forza di farlo per primi, al casello autostradale come al supermercato o al bar sotto casa.

Teatro e cinema sono attività apparentemente molto simili ma in realtà diverse: il primo prevede forse una percentuale di “rischio” più alta perché l’impatto con il pubblico è immediato.

Beh, solitamente un film esce dopo un anno dal momento in cui è stato girato. Dici bene, tra cinema e teatro intercorrono differenze tecniche ed emozionali. Quelle tecniche derivano tutte dal fatto che l’obiettivo di una macchina da presa riesce ad inquadrare anche solo un occhio, e quell’occhio deve essere espressivo; a teatro questo non avviene perché è l’occhio dello spettatore che decide di zoomare e fissarsi su un particolare piuttosto che un altro. Quindi, a teatro, i movimenti sono decisamente più ampi, devono giungere fino in fondo alla sala. La differenza emozionale concerne, invece, l’irripetibilità e l’unicità di uno spettacolo teatrale. Se inciampo o mi viene da starnutire, non posso fare altrimenti, non posso ripetere la scena. E questo è un gioco che conoscono molto bene sia gli attori sul palcoscenico che il pubblico in sala. C’è quindi una grande comunicazione tra le due parti, comunicazione che diventa quasi una convenzione: tu, spettatore, paghi un biglietto ed accetti di partecipare ad un gioco in cui sei chiuso in una stanza ed in cui accadono delle cose, anche se non sai esattamente cosa può succedere; allo stesso modo io, attore, chiuso nella stessa stanza, accetto di essere pagato per recitare su un palcoscenico, lungi dall’immaginare cosa può accadere: un ritardo, una battuta sbagliata, un vestito scucito. A teatro una replica non potrà mai essere uguale ad un’altra, è quindi unica e, per questo, irripetibile. Questa osmosi col pubblico crea di conseguenza un passaggio emozionale che è fondamentale, ed io lo amo per quello. Questo non vuol dire che fare cinema sia cosa facile, sono solo le tecniche a cambiare.

Da genitore quale consiglio si sente di dare ai giovani?

Il consiglio è quello di restare giovani. Cosa significa? Non perdere mai la curiosità di conoscere ed incontrare gli altri. Io so che i miei tre figli, che sono tutti molto interessati all’aspetto artistico, saranno destinati a soffrire, e quindi a vivere. Soffrire è vivere. Perché non c’è modo di vivere se non incontrando gli altri e soffrendo. E’ attraverso la sofferenza che si vive e si cresce. E, se non troveranno subito un lavoro, troveranno mille altre esperienze di vita.

Ha un sogno nel cassetto?

Il mio sogno è quello di rimanere bambino. Non a caso sto collaborando con la compagnia giovanile di Brignano che lavora ad un’edizione mattiniera del Rugantino, vesto sempre i panni del buon Mastro Titta. Non ti nascondo che per me è stata una grande emozione anche questa, perché è bello lavorare con i giovani e fare uno spettacolo rivolto ai bambini. Non voglio perdermi queste occasioni perché so che ciò che ne ho in cambio è infinitamente di più: è qualcosa che non si può misurare ma ti dà una forza, un’energia ed una tranquillità ineguagliabili. Se voglio mantenere una mentalità aperta, dinamica e giovane devo stare con i miei figli e lavorare con i giovani della compagnia. C’è una componente di forte utilità in tutto questo: chi mi dice sono altruista, dimentica in realtà tutto quello che io guadagno, il senso di responsabilità verso la loro crescita, professionale e non, che mi permette di mettermi continuamente alla prova.

Un uomo eccezionale, uno straordinario artista. «C’è molta più gente buona e generosa di quanto immaginiamo, basta riconoscersi. A volte basta solo un sorriso». Questo è Vincenzo Failla.

Eleonora La Rocca
8 gennaio 2014

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