“Uccidete le madri”, in scena al Piccolo Bellini di Napoli

“Uccidete le madri”, in scena al Piccolo Bellini di Napoli

Uccidete le madriVito è un uomo, a cui la vita ha dato, e tolto tutto, segnata in ogni modo, dalla “scelta” di suo fratello minore Enzo, di scivolare veloce verso la vita criminale. La morte di Enzo, punito per la troppa smania di potere, fa precipitare la sua famiglia in un vortice infinito, di tormenti, sete di vendetta, e folli e atroci scelte.
Il padre di Vito, morirà poco dopo la perdita del figlio, nel vano tentativo di vendicare il suo stesso sangue, plagiato, incattivito dall’instabile psicologia di sua moglie, che ormai prossima ad una lucida pazzia, perduto il marito, darà in sposa Lisa, sua figlia minore, con il solo scopo di portare a termine il suo criminale e vendicativo disegno.
Vito, scappato via da tutto e tutti insieme alla donna amata, pensa alla sua di famiglia, ma il destino è dietro l’angolo, e niente sarà più come prima. “Uccidete le madri”, di Camilla Cuparo, interpretato dall’eccellente Luigi Icuzio, in scena al Piccolo Bellini di Napoli, fino al prossimo 27 Ottobre, è la storia di una famiglia perbene, carnefice e vittima di se stessa. Il tutto, liberamente ispirato ad un fatto di cronaca, avvenuto in un paesino della provincia di Reggio Calabria.
“La difficoltà di “raccontare” la superbia – dichiara l’autrice e regista Camilla Cuparo – come peccato stava , nel dare forma, sostanza, visibilità ad un avvenimento che potesse rendere l’idea della superbia stessa, già di per se difficile da spiegare, anche nella sua forma più irrilevante. Ma se – continua – come dice S. Agostino, La Superbia è l’imitazione perversa di Dio, allora l’ambiente mafioso è l’habitat ideale nel quale questo diabolico sentimento può covare indisturbato, crescere ed espandersi come un mortale virus. Volutamente Lina (Madre di Vito) – prosegue – la donna che genera superbia, non ha un volto, perché L’idea di guardare negli occhi il male avrebbe dato un diverso senso a tutta la costruzione emozionale del monologo. Mi interessava, invece – conclude – la reazione emozionale dello spettatore nel guardare gli occhi di Vito, seguirlo nel suo racconto straziante, nel suo meditato contegno, nella confessione dolorosa di quel gesto ultimo, disperato eppure necessario, che sarà difficile da sopportare…

Paolo Marsico
24 ottobre 2013

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