Il Giardino delle Esperidi: focus su tre spettacoli di narrazione

Il Giardino delle Esperidi: focus su tre spettacoli di narrazione

Tanti sono stati gli spettacoli per grandi e bambini e le performence presentati a Il Giardino delle Esperidi  festival itinerante che si svolge tra i boschi e i borghi del monte Brianza ideato e diretto da Michele Losi terminato agli inizi di luglio 2021.

Di alcuni abbiamo già parlato. Qui vogliamo parlarvi di tre spettacoli diversissimi tra loro ma che hanno in comune, per noi, “l’eliminare”. L’opera d’arte è già dentro al blocco di marmo, diceva Michelangelo; il lavoro consiste nel togliere l’eccedenza, per farla emergere. É allora che emerge “l’essenza”.

Ecco, questi tre spettacoli ci sembra la contengano.

Il Giardino delle Esperidi: Il Respiro del vento

La compagnia sarda Cada die teatro ha presentato in mezzo al bosco di San Donnino, grazie alla disponibilità del suo proprietario, Il Respiro del vento, di e con Mauro Mou e Silvestro Ziccardi, una nuova produzione per grandi e piccoli.

É un racconto che ha un che di fiabesco ma al contempo ancestrale, archetipo e come tale parla di contemporaneità. Potrebbe essere una leggenda indiana, o un racconto del Kalevala, o un’antica narrazione della nostra terra.

Narra di un villaggio sulle sponde di un lago blu, dalle acque talmente chiare e pulite da sembrare uno specchio. È difficile capire infatti cosa stia sopra e cosa sotto, dove il reale diventi sua immagine.

Il popolo che vi abita è chiamato blu, ed è dedito a pesca e pastorizia. Poi il lago, in poco tempo si prosciuga a causa di assenza di pioggia ed il suo popolo rischia la fine. Un giovane valoroso viene allora scelto per andare a cercare la Madre Pioggia. Ma durante il suo viaggio aldilà della realtà si perde. Il suo ultimo respiro, lo rivolge alla sua amata. Ed il vento pietoso lo raccoglie e glielo porta. Lei allora si mette in cammino, ritrova l’amato ed insieme la madre pioggia.

La narrazione di Cada die teatro si fa corpo, voce e musica.

I corpi di Mauro Mou e Silvestro Ziccardi sembrano non aver dimenticato l’ antico “lignaggio animale” cui apparteniamo. Diventano vento, luce, uomini, donne, pecore smarrite in cerca di acqua; anche due corvi molto simili al gatto e la volpe di Bennato.

La voce si trasforma a tratti, in un impasto sonoro antico: è la lingua sarda del nord e del sud dell’isola che contiene qualcosa di lontano che ricorda le lingue che hanno attraversato il mediterraneo da sempre: il ladino, l’aramaico, il sabir.

E la musica originale di Mauro Mou, Matteo Sanna (anche luci), Silvestro Ziccardi è quella della tradizione sarda, con suoni di ocarina e di launeddas, strumento a fiato, molto difficile da suonare perché richiede una respirazione attenta e controllata.

Il Giardino delle Esperidi: Preghiera del mattino

Principio Attivo Teatro, compagnia leccese, ha presentato nella splendida corte del Gelso, messa a disposizione dai suoi abitanti, Preghiera del mattino. La drammaturgia è di Valentina Diana. Colpisce, per la grande sensibilità, la regia di Giuseppe Semeraro.

Sono cinque brevi atti unici ispirati ai testi biblici. Cinque strappi, cinque squarci nella parola di Dio, che mostrano come alla donna venga attribuito dall’uomo, un suo modo di assomigliare a Dio, che è diverso da quello dell’uomo. Ed in questo voluto “squilibrio relazionale”, possiamo vedere in controluce, le radici della violenza di ieri e di oggi dell’uomo su di lei, il suo desiderio di controllo e di possesso fino a relegarla ad oggetto a lui funzionale, la sua necessità di ubbidienza.

La drammaturgia di Valentina Diana è, inizialmente, lieve, al punto che ridiamo.

Nella preghiera ebraica del mattino, ci dice Silvia Lodi sola sul palco in semplice sottoveste nera, ci sono ringraziamenti a Dio. Alcuni di questi sono diversi se detti da una donna o da un uomo.

La donna dice: grazie Dio per avermi fatto nascere secondo la tua volontà. L’uomo: grazie Dio per non avermi fatto nascere donna.

Poi, magnetica e versatile come solo lei sa essere, comincia a raccontare, in crescendo, cinque storie di donne, alcune senza nome.

All’inizio di ogni atto la bravissima attrice si veste davanti al pubblico con abiti diversi che poi lascerà ripiegati sul palco, disposti l’uno accanto all’altro. Quasi che, il processo di costituzione dell’identità della donna, non passi attraverso la sua propria esperienza sensoriale o corporea, ma esclusivamente diventando oggetto sotto lo sguardo dell’altro (che è l’uomo).

Sono figlie adolescenti, che hanno avuto fiducia nei loro padri; sono sorelle, che si sentivano protette dai loro fratelli maschi, sono mogli scelte dai loro mariti. Umiliate, trattate come oggetti, violentate, uccise dai loro stessi padri e/o uomini, date come oggetti ad altri uomini perché possano abusarne.

Silvia Lodi dà loro corpo e voce, cambiando registri e dialetti. E ci arriva dentro, mentre immagini di femminicidi quotidiani, ci attraversano la mente e un sottile ed inquietante filo di congiunzione, si va delineando.

Il Giardino delle Esperidi: Ho sonno, semplicità e naturalezza alla base della comicità

E poi arriva Vittorio Ondedei (fondatore con Mirko Bertuccioli, scomparso prematuramente quest’anno, dello storico gruppo I Camillas) che insieme a Giulio Escalona e alla sua musica, presenta Ho Sonno.

E succede che io, spettatrice sempre molto compassata, davanti a lui che sta davanti a me, sullo stesso livello perché non c’è il palco, comincio a ridere in modo irrefrenabile. Non c’è un motivo particolare, se non quella sua grande semplicità che gli consente di vivere lo spazio davanti a noi, come luogo dove poter parlare intimamente di sè, senza rincorrere stereotipi comici o maschere altrui.

É in tuta, nella splendida corte di Palazzo Gambassi, che anche se parzialmente “fasciato” per i lavori di restauro che renderanno la sede di Campsirago Residenza davvero meravigliosa, conserva l’anima loci. Sta in piedi, accanto ad un letto che è davanti a noi e lui ci sembra l’amico di sempre o uno di noi. Comincia a parlare nel chiaro scuro delle luci. Ha un problema, ci dice. Voglio dormire ma non posso, perché ho paura di addormentarmi e non svegliarmi più.

E ci racconta di come questo problema lo perseguiti sin da quando era piccolo.

A niente sono serviti i rimedi della nonna: le favole della buona notte erano di una violenza inaudita (Pel di Carota); la ninna nanna finiva con “questo bimbo a chi lo dò, lo darò al bambin Gesù che non me lo ridarà più” e quindi con un bambin Gesù che faceva sparire i bambini; i peluche che avrebbero dovuto fargli compagnia, poiché la nonna era comunque antimaterialista e comunista, erano invisibili.

Crescendo aveva studiato anche la scienza, scoprendo che se ci si addormenta su un lato, i neuroni giacciono da quella parte ed insieme cominciano a danzare. Mentre nella parte della testa rimasta vuota, arrivano tanti gnomi piccoli e sudati che banchettano a pane e mortadella. E poi la storia, con i Sumeri, che si divertivano a scrivere su tavolette di argilla, gli Assiri e i Babilonesi dalle spalle strette e i fianchi larghi.

Ma niente lo ha aiutato!

Tutto in lui muove al riso. E ci regala leggerezza, allegria, interazione. Se lui ha sonno, grazie a lui noi ci sentiamo vivi!

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