La banalità del male: la lezione del processo di Gerusalemme

La banalità del male: la lezione del processo di Gerusalemme

Il Centro Asteria, che da più di 30 anni opera nel panorama culturale milanese, ha presentato il 19 gennaio 2012, in diretta streaming, lo spettacolo “La banalità del male”, un adattamento teatrale di Paola Bigatto dal saggio omonimo di Hannah Arendt.

Lo spettacolo è stato pensato dall’attrice ed insegnante di recitazione, principalmente per le scuole. Perchè insieme ai giovani studenti, si possa riflettere ancora sulle parole della filosofa ebrea, cosi spesso travisate.

Il contesto è quello di una lezione universitaria. Sola, in tailleur anni ’60, Paola Bigatto si muove su una scena minimalista: un’aula con una cattedra, una cartina geografica appesa sulla destra ed una lavagna sulla sinistra. É la Arendt che parla ai suoi studenti.

Lo spettacolo, cioè la lezione, segue tre filoni: quello processuale, che riporta frammenti del processo di Gerusalemme da lei seguito personalmente; quello storico, che tratteggia da una parte la biografia di Eichmann e dall’altra le tappe del regime nazista unitamente a quelle dell’eliminazione degli ebrei; e quello delle considerazioni personali, espresse dalla Arendt con passionalità e lucidità.

Le stesse che ritroviamo in Paola Bigatto che offre ai ragazzi e non solo a loro, la possibilità, attraverso le parole della Arendt, di guardare le origini del male, annidiate nell’assenza di pensiero e giudizio personale, base per ogni regime totalitario.

La Arendt, ebrea, filosofa e storica tedesca nata nel 1906, fu costretta a lasciare la Germania nazista. Emigrò negli Stati Uniti, dove ottenne la cittadinanza; fu docente universitaria e anche giornalista. Nel 1961 seguì, come inviata del The New Yorker, il processo di Otto Adolf Eichmann, il tenente colonnello delle SS che durante il nazismo ideò l’organizzazione logistica dello sterminio. Sfuggito al processo di Norimberga, si rifugiò in Argentina, dove lavorò come meccanico. Venne catturato dal servizio segreto israeliano, processato a Gerusalemme e impiccato il 31 maggio 1962, unico caso nella storia di Israele, in cui sia stata applicata la pena capitale.

La banalità del male: non è il male ad essere banale ma il modo in cui si compie

La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme, pubblicata nel 1963, raccoglie tutti gli scritti della Arendt relativi alle centoquattordici udienze del processo, insieme a sue considerazioni personali sulla Shoah, sui regimi totalitari e sul processo stesso.

L’opera suscitò grandi polemiche soprattutto da parte della comunità ebraica, che si sentì offesa. A cominciare dal titolo che sembra composto da un ossimoro: banalità e quindi normalità, ovvietà, e male che è l’eccezione, la rottura delle abitudini, dei costumi e che per questo crea scandalo, stupore. Come si può definire “banale”, ci si chiese, l’industrializzazione della morte messa a punto dai nazisti, lo sterminio di più di 5 milioni di ebrei, l’eliminazione di rom, sinti, deboli, diversi?

In realtà la Arendt aveva messo a fuoco la “normalità” e il senso di deresponsabilizzazione di Eichmann. Sarebbe stato certamente più riconfortante per tutti definirlo un mostro. Ma non era un mostro, né un sadico, né un perverso. E nemmeno un antisemita e le scene di violenza lo mettevano a disagio. Eichmann non era neanche stupido, semplicemente era terribilmente normale e privo totalmente di un suo pensiero.

La banalità del male: non una teoria, ma una constatazione

Per la Arendt è questa assenza di pensiero, questo vuoto, che permette all’uomo medio, ancorché privo di profondità demoniache, di diventare criminale (vi ricordate l’uomo medio in La ricotta di P. P. Pasolini? É un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista ).

Durante il processo Eichmann si era sempre proclamato innocente perché mai aveva trasgredito alle leggi del suo stato. Aveva risposto con frasi fatte, frutto di falsificazioni linguistiche operate dal Terzo Reich e, quasi con un senso di fastidio, aveva detto di aver solo eseguito gli ordini ricevuti. Mai si era ritenuto colpevole di sterminio. Dunque, per la Arendt, non sono banali i crimini nazisti, ma il modo in cui furono organizzati e commessi, perché presentati dal regime, come ordini normali. La falsificazione linguistica è volta non solo a dissimulare la realtà, ma a cambiare i contorni di morale e giudizio per trasformare la massa in esseri inconsapevoli, privi di pensiero o giudizio personali e quindi di responsabilità individuale. Ma noi, dice la Arendt, pretendiamo che l’uomo non perda la propria capacità di giudizio.

É questo  il monito della preziosa lezione di Paola Bigatto.

La banalità del male,

Adattamento dal saggio di Hannah Arendt
di e con Paola Bigatto

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook