Apologia. La recensione dello spettacolo al Teatro Gobetti di Torino

Apologia. La recensione dello spettacolo al Teatro Gobetti di Torino
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Dall’autore di The Pride, il greco-britannico Alexi Kaye Campbell porta in scena una commedia serratissima sulla difficoltà delle relazioni dal titolo emblematico: Apologia.

Sentimenti, fraintendimenti, paure, rancori, incomprensioni: tutto viene a galla in una serata in famiglia, che ha il sapore di una resa dei conti.

Una madre e tre figli maschi. Un quadro che di per se stesso riesce ad avere dei contorni particolari, un po’ fuori dagli schemi.

Se poi si aggiunge la sfumatura di una mamma artista, eccentrica e così testarda nelle proprie convinzioni insieme ad un marito assente che scompare improvvisamente, dopo un litigioso divorzio, il chiodo che regge il quadro alla parete cede inesorabile alla forza di gravità.

Così cede e si disintegra questo nucleo familiare, che appare sul palcoscenico del teatro Gobetti di Torino, in una domenica 23 febbraio stranamente calda e anomala.

Lo spettatore viene subito catapultato all’interno del salotto di una casa che all’apparenza sembra aperta, calda, accogliente: il color legno del tavolo, del piano cottura, come anche la sfumatura cromatica della poltrona, delle sedie, dei libri che sono appoggiati un po’ ovunque.

Man mano che lo spettacolo procede però questi colori cambiano, mutano: vuoi per un gioco di luci che si alternano, vuoi indubbiamente per le dinamiche della storia che si evolve e dei personaggi che si muovono sul palcoscenico, vuoi infine perché l’equilibrio di questa famiglia è inesistente.

La madre di famiglia Kristin Miller (interpretata da Elisabetta Pozzi) è una donna tutta d’un pezzo, con le sue convinzioni, con i suoi intoccabili principi, artista e storica dell’arte, studiosa appassionata di Giotto.

Questa donna ha dei capelli color rosso fuoco, spesso raccolti come meglio riesce, che cerca di abbinare con degli abiti che riprendano quelle tonalità: il sesso, la passione, l’amore più caldo che si conosca, come l’amore eterno. Fuori sembra voler apparire così, ma dentro di sé è arida, priva di comprensione e di capacità di ascoltare.

Ma non è nemmeno questa la vera Kristin Miller. La vera protagonista è una donna a cui sono stati sottratti i figli improvvisamente, senza che lei potesse proferire parola, senza che lei potesse minimamente ribellarsi e nemmeno salutarli.

Dall’altra parte abbiamo i suoi tre figli, uno diverso dall’altro per esperienze, idee politiche/sociali/sessuali, ma legati da un filo sottile che è quel senso di abbandono da parte della madre, che loro sentono forte in quanto semplicemente figli e quindi incapaci per loro stessa natura di calarsi nei panni di un genitore (padre o madre che sia).

Il più puro dei figli che si presenta al più disastroso dei ritrovi familiari arriva a casa della madre accompagnato dall’amore della sua vita, la nuova fidanzata nonché futura sposa. L’entusiasmo di due giovani che hanno scoperto da poco l’amore e la loro gioia nel condividerlo con gli altri è evidente, in ogni loro respiro e sorriso.

Poi c’è il fratello problematico Simon, che arriverà come un fulmine durante la nottata, mentre alla cena presenzierà la fidanzata, un’attrice bellissima e affascinante, la quale sembra apparire apparire inizialmente molto superficiale, fin quasi oca per certi versi. Nello sviluppo della serata e del racconto lo spettatore si renderà conto di quanto anche lei abbia una sua importante profondità.

Infine il figlio entusiasta, il buffone, quello che ti travolge con la sua naturale simpatia, quello che ha sempre la battuta sulla punta della lingua: la sua omosessualità è solamente una parentesi del personaggio, che lui per primo ha avuto la fortuna di poter vivere senza eccessivi limiti in famiglia, forse anche grazie ad una madre così “libertina”.

La cena si svolge proprio in occasione del compleanno di Kristin, ma fin dall’inizio c’è tensione nell’aria e lo spettatore capisce solo ad un certo punto cosa questi tre figli hanno da recriminare alla madre: non si tratta più del passato, perché quello ormai è scivolato via dalle loro mani e non possono più cambiarlo.

La loro madre ha pubblicato un romanzo, un mémoire come lo hanno definito tutti, dove parla di arte, dei suoi studi, della sua vita… e non trova lo spazio per parlare dei suoi figli. Nel suo romanzo, nella storia di se stessa.

Agli occhi di tre figli benché adulti e vaccinati, ognuno con la propria vita, questo fatto che si sviluppa al presente non solo non si può capire, ma non lo si può nemmeno perdonare. Si chiedono davvero perché questa donna abbia deciso di avere figli, di fare la madre, di creare una famiglia intorno a sé quando poi la sua vita sembra essere stata negazione di quest’ultima.

Il pubblico al termine di questo spettacolo non arriva a darsi una risposta su questo personaggio di mamma e donna, che tiene su l’intera vicenda.

Che sia stata una madre piena di risentimento perché la vita sociale le ha imposto di esserlo; che abbia fatto molti errori perché ha peccato di egoismo ad un certo punto della sua vita; che abbia in realtà fatto tutto questo proprio per comunicare ai propri figli quel tipo di idee libere e spensierate (che poi sono davvero tali?).

Forse semplicemente Kristin è un essere umano che come tutti ha compiuto degli errori; da questi deve risollevarsi e perdonare non solo coloro che le girano intorno, ma soprattutto deve perdonare se stessa.

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