Il teatro è di chi osa: intervista a Romina Del Monte, regista di un Caligola contemporaneo

Il teatro è di chi osa: intervista a Romina Del Monte, regista di un Caligola contemporaneo

Il teatro Trastevere di Roma ha ospitato dal 9 al 12 gennaio scorsi lo spettacolo Caligola, la celebre opera teatrale di Albert Camus, un’opera che rappresenta uno di quei grandi classici del teatro, a cui ogni attore e regista si avvicina con orgoglio e paura.

Questa versione del Caligola è il primo progetto prodotto dall’Associazione 3MonKEYS, un’associazione che si occupa dello spettacolo dal vivo, spaziando tra musica jazz e teatro. Romina Del Monte è regista e protagonista dello spettacolo nel ruolo di Caligola, accompagnata dal coregista Valerio Rosati, che interpreta Cherea. Sul palco anche Isabella Ripoli nel ruolo di Cesonia, Francesco Bonaccorso in quello di Elicone, Emanuel Pascale è Scipione, Stefano Pizzigallo è Muzio e Federica Santuccio è la moglie di Muzio.

Quello che va in scena è un Caligola rivisitato, meglio ancora interpretato. Caligola viene, infatti, interpretato da una donna, questa la peculiarità che salta subito all’occhio dello spettatore, quando l’imperatore entra in scena con una voce straziata dal dolore, trascinando il suo stesso corpo e un lenzuolo bianco macchiato del sangue di Drusilla. Il ruolo interpretato da una donna non suscita perplessità, perché la caratterizzazione di genere in scena non si percepisce. Caligola è portato in scena da un’attrice, ma non è una donna, così come non è un uomo, forse è un androgino di platonica memoria, un essere completo e perfetto da un lato, capace di cogliere tutte le sfumature di un’emotività che scende nella più tetra profondità dei sentimenti, un essere pieno e al contempo totalmente vuoto, indifferente a tutto, apatico.

La complessità di questa figura è messa in scena dall’attrice protagonista in maniera forte, trasferendo nel pubblico tutta una serie di emozioni, dal dispiacere al fastidio, dall’ansia alla ripugnanza, dall’inquietudine alla sofferenza fino ad un doloroso compatimento, perché alla fine si prova pietà per Caligola. Averlo fatto interpretare da una donna ha fatto sì che uscissero una serie di emozioni, che forse un uomo non sarebbe riuscito ad evocare con una tale cinica freddezza e al contempo una tale compenetrazione.

Una caratteristica apprezzata dello spettacolo è stato il coinvolgimento inaspettato del pubblico, a partire dall’ingresso in sala. Il pubblico viene reso partecipe della vicenda e chiamato in causa per la sua connivenza. Tutti gli spettatori sono chiamati ad indossare una maschera e a nascondere dietro di essa la condanna nei confronti di Caligola.

Per certo notevoli le scelte scenografiche, minimaliste, dal taglio geometrico, a tratti glaciali. Una delle scene più toccanti a livello emotivo ed estetico vede un Caligola, lucido e disperato al contempo, parlare alla luna, estatico come in una suggestione leopardiana. I costumi, semplici, essenziali, hanno consentito di mettere in risalto le peculiarità di ciascun personaggio e le doti degli attori, a cui va riconosciuto il merito di aver saputo rendere in maniera complessa i tratti specifici dei personaggi interpretati.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Romina Del Monte, regista e protagonista, che ci ha fatto entrare dietro le quinte di questo spettacolo e della sua prima regia. Abbiamo avuto modo di parlare con lei di quella che è a tutt’oggi una vera e propria sfida, vale a dire non solo fare teatro, non solo farlo bene, ma anche fare un tipo di teatro che stimoli riflessione e voglia di approfondimento.

 

Perché metter in scena il Caligola?

Quella di Caligola è stata una bella avventura iniziata a marzo dell’anno scorso insieme al mio amico e collega Valerio Rosati, che è coregista. Questo progetto è nato, in realtà, durante la preparazione di un altro spettacolo che stavamo allestendo, per una mia grande passione, che è quella di portare in scena Caligola, un’opera a cui sono tanto affezionata ormai da anni, perché è il primo testo teatrale che ho letto da quando faccio teatro; credo di averlo letto quando avevo quattordici anni. A me è piaciuta tantissimo l’idea di mettere in scena un Caligola completamente diverso dall’imperatore romano che molti si aspettano. Noi cercavamo un modo per svuotarlo, per renderlo completamente nudo, come l’uomo nietzschiano, che non è nemmeno più umano in quanto Superuomo, libero da qualsiasi sovrastruttura e al tempo stesso incapace di essere all’altezza di tutte le emozioni che prova.

È qui che prende origine l’idea di un Caligola interpretato da una donna?

Abbiamo fatto sì interpretare Caligola da una donna, ma senza caratterizzarlo davvero in un senso univocamente femminile o maschile; l’idea era quella di ottenere un effetto di svuotamento e restituire la nullità delle sue emozioni. Così facendo, vengono esaltati gli altri personaggi, anch’essi parte di quella che abbiamo definito “umanità disfatta”, com’è quella che ruota intorno all’imperatore romano. La cosa che più ci ha reso orgogliosi è che abbiamo trovato eccezionalmente il benestare dell’avente diritto, Catherine Camus, figlia di Albert Camus, che coordina personalmente ogni richiesta di sponsor le venga girata. Inizialmente, ci avevano detto di no, proprio per questa scelta di rendere donna Caligola negando i diritti. In un secondo momento, siamo riusciti a parlare personalmente con Catherine Camus, la quale ci ha concesso i diritti, motivando la sua decisione sulla base del fatto che molte cose sono cambiate da quando il padre ha scritto quest’opera e ritenendo, per questo, la nostra scelta interpretativa molto bella e anche coraggiosa. Inutile dire quanto questa cosa ci abbia riempito di un entusiasmo pazzesco.

Una delle particolarità di questo spettacolo è senz’altro il tentativo messo in atto di coinvolgere il pubblico.

Tutti i progetti dell’associazione sono legati tra loro dall’idea che il pubblico non sia solo pubblico-spettatore, ma anche pubblico-partecipante a ciò che accade sul palco. Da un lato, questo secondo noi è importante per invogliare il pubblico a prendere parte sempre più spesso alla vita culturale, ma è importante, dall’altro lato, ai fini di quello che chiamiamo un “teatro necessario”, un teatro che indaghi l’animo umano e che diventi un’occasione utile allo spettatore per guardare la vita anche da punti di vista alternativi ai consueti. Il teatro non fa più parte della vita sociale come un tempo, mentre a noi piacerebbe che il teatro, anche in virtù di quella sua funzione catartica, tornasse ad occupare quel ruolo di specchio delle emozioni umane. È un progetto ambizioso e comprendiamo che mettersi in gioco all’inizio con un’opera così complessa come il Caligola di Camus è davvero una sfida enorme. Noi non abbiamo la presunzione di riuscire a fare tutto ciò, ma ci bastano i piccoli risultati. Alla fine di una replica una signora ci ha detto: ‹‹Mi avete fatto venire la voglia di leggere il libro››. Per noi aver fatto sì che una persona non addetta ai lavori, non legata al mondo del teatro, abbia avvertito la curiosità di prendere un’opera teatrale e leggerla, è assolutamente un grande risultato. Questo, secondo me, è il compito del teatro e, in senso esteso, della cultura. Finora la risposta del pubblico è stata molto buona e siamo molto soddisfatti.

Caligola è un imperatore romano, ma nulla nella scenografia evoca rimandi alla romanità. Come mai?

Caligola è stato sempre interpretato in chiave romana, quindi in scena si potevano vedere attori vestiti con tuniche o scenografie che richiamavano l’atmosfera della Roma antica. In realtà, il testo originale nella prima pagina riporta questa nota di Camus: ‹‹Tutto è consentito, tranne la “romanità”››. Questa è la prima cosa che mi ha colpito del testo. Questa è una delle maggiori opere teatrali contemporanee e in quanto tale è un’opera eterna, che appartiene ad ogni tempo storico. Si tratta di un’opera che parla dei sentimenti umani e li esplora in una maniera profondissima. Il suo essere eterna non deve, d’altro canto, creare un eccesso di timore reverenziale, per cui non ci si può avvicinare ad opere simili a meno che non si sia attori navigati. Non credo che mettere in scena un’opera così impegnata e profonda come Caligola sia un gesto presuntuoso, anche perché si tratta di uno spettacolo da migliorare in tanti aspetti. La cosa importante è che testi del genere non rimangano tra gli scaffali di una libreria ad impolverarsi. La risposta che abbiamo avuto dal pubblico ci ha molto incoraggiato, anche perché sono i non addetti ai lavori che contano di più, perché è quello il pubblico vero.

Com’è stato questo esordio da regista?

La cosa bella è stata riuscire a calibrare le idee pazze di ognuno, ma siamo riusciti a trovare un equilibrio. Inoltre, questo gruppo di attori si è formato appositamente per questo spettacolo, ci siamo subito trovati bene e ci siamo sentiti fin da subito molto uniti. Si tratta di un gruppo di ragazzi, tutti attori professionisti, dei bravissimi attori. La nostra paura era che per colpa di una prima regia, ne venisse fuori uno spettacolo amatoriale, ma la bravura degli attori ha supplito anche a qualche carenza registica dovuta ad inesperienza.

Una domanda, che è più una curiosità: perché la scelta del trucco per tutti gli attori?

Ogni personaggio è caratterizzato da qualcosa di distintivo ed è proprio quel qualcosa che Caligola durante tutto lo spettacolo prende di mira, per far sì che ogni personaggio arrivi ad odiarlo al punto da ucciderlo, perché è quello che Caligola vuole fin dall’inizio: morire, perché già morto. Caligola, quindi, pungola Cherea sull’intelligenza, Cesonia sulla sessualità, Scipione sulla poesia. Quindi volevamo dare questa caratterizzazione ad ognuno e mi è venuto in mente che in questo senso il trucco poteva aiutarci. Il fatto di utilizzare motivi rettangolari per il trucco, mentre Caligola è l’unico che non ha un trucco con forme geometriche, crea una distinzione netta tra l’imperatore e la razionalità del popolo, di quella manciata di persone che si accontenta della gioia di tutti i giorni, della felicità effimera, che non conta nulla ma rende tranquilli. È il personaggio di Cherea a spiegare tutto ciò molto bene, quando ammette di comprendere Caligola e di essere come lui, ma al tempo stesso di riconoscere che è impossibile vivere senza riferimenti, vivere senza regole o meglio vivere con le regole di Caligola, con le quali la vita sarebbe insostenibile; meglio accontentarsi. Per questo abbiamo scelto per tutti un trucco geometrico e per Caligola un trucco che fosse completamente diverso dagli altri, per sottolineare la differenza e il suo non essere lineare.

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