Misery in scena al Teatro Gobetti di Torino

Misery in scena al Teatro Gobetti di Torino
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Uno scrittore come tanti, una persona dalla spiccata personalità letteraria, di fama mondiale, che cade vittima della sua ammiratrice numero uno in assoluto. 

La trama di “Misery” (romanzo scritto da Stephen King e pubblicato ormai nel lontano 1987) è conosciuta e amata dai suoi lettori, ma non solo: vincitore del premio Bram Stoker, le pagine del libro scorrono veloci, riuscendo a trascinare il lettore nella mente di Annie Wilkes e nel suo piano folle di tenersi stretta il suo scrittore preferito Paul Sheldon

Portare una trama claustrofobica come questa sul palcoscenico di un teatro non è affatto banale, ma grazie alla regia di Filippo Dini (e anche alla sue ottime doti recitative) “Misery” è arrivato nel programma dello Stabile di Torino, al teatro Gobetti (e resterà in scena dal 3 al 15 dicembre). 

La scena si apre nella camera da letto allestita da Annie per Paul, dopo averlo salvato (o almeno, così fa credere all’ignaro scrittore) che fin da subito appare allo spettatore più simile ad una cella di una prigione piuttosto che una calda e comoda stanza da letto. 

Nonostante filtri dalle finestre una pallida luce invernale, i colori che caratterizzano l’attrice Arianna Scommegna aka Annie Wilkes sono scuri: gonna lunga da educanda grigia, maglione pesante nero, capelli nerissimi stretti in una coda di cavallo, occhi piccoli e instabili, che guizzano da una parte all’altra del palcoscenico, un tono di voce squillante e disperato. 

L’oscurità che avvolge questo racconto è lampante fin dall’inizio, con la forte contrapposizione tra l’abbigliamento della carceraria e quello di Paul Sheldon, che risulta molto evidente: nonostante sia sdraiato nel letto (o seduto sulla sedia a rotelle) per la maggior parte del tempo, lo scrittore indossa sempre una divisa bianca, fatta di fasciature (per evidenziare le ferite riportate dall’incidente causato dalla bufera), che sottolinea anche la debolezza intrinseca del personaggio.

La vera eroina e la vera forza narrativa è indubbiamente rappresentata da Annie

Durante l’intera durata dello spettacolo (soprattutto per coloro che hanno amato il libro e ne hanno anche apprezzato la trasposizione cinematografica del 1990 con la vincitrice dell’Oscar Kathy Bates) si tende a fare il tifo sempre per Paul Sheldon, anche se nella sua pura follia Annie riesce a dare a quest’uomo alcuni importanti insegnamenti. 

Le urla di dolore sono reali, i colpi di pistola che feriscono mortalmente al petto lo sceriffo sono reali, come anche gli schizzi di sangue che colpiscono le porte con violenza.

Al di là degli effetti scenici, quello che arriva in faccia al pubblico è la solitudine devastante di Annie Wilkes, dettata anche dalla sua infanzia, che le ha sempre dato valori distorti, che l’ha fatta crescere con alcune convinzioni e con tale rigidità da non permetterle di concedersi una qualsiasi deviazione. 

La coerenza del personaggio, che nella sua follia si innamora di uno scrittore del quale lei si vanta di essere “La sua Ammiratrice numero uno”, stride soltanto nei momenti in cui parte una certa ironia tagliente tra Annie e Paul, che fa scappare un sorriso anche agli spettatori seduti sulle poltrone, quando in realtà questi rari momenti ilari sono soltanto una parentesi in mezza ad una storia folle. 

L’attitudine alla violenza che contraddistingue il personaggio femminile (la medesima a cui è stata abituata lei per prima fin da bambina) la porta a ferire fisicamente lo scrittore ogni qual volta lui non esaudisca una sua richiesta o tenti di dirle una bugia: lei questo non lo può tollerare, soprattutto considerata la sua indole di salvatrice del genere umano in difficoltà (l’infermiera a 360°), quindi la sua lucida e limpida sincerità (anche quando forse un filtro andrebbe inserito). 

Andare a toccare un’opera letteraria tale che si porta dietro non soltanto il nome di Stephen King, ma anche un successo di fama mondiale è cosa assai complicata: il regista Filippo Dini riesce però nell’intento, non modificando (quasi) nessun dettaglio sulla trama, non rendendo affatto pesante lo spettacolo (nonostante abbia una durata consistente) e rendendolo sempre tagliente, affilato e coinvolgente.

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