28 battiti: passione insana o pressione di altri?

28 battiti: passione insana o pressione di altri?
28 battiti, l'attore Giuseppe Sartori, accasciato a terra

28 battiti, di Roberto Scarpetti, è il racconto-confessione di un marciatore agonista, andato in scena dal 11 al 16 dicembre 2018, al Teatro Elfo Puccini di Milano.

Dopo varie medaglie d’oro, preso nell’ingranaggio della marcia che crea e distrugge il mito del campione, non potendo accettare di non essere il più forte, il marciatore decide di doparsi per non sentire la stanchezza, per piegare il corpo alla sua volontà di vittoria.

In scena, Giuseppe Sartori è lo sportivo. È solo, in tuta, seduto su uno sgabello accanto ad una scrivania bianca, che sa di laboratorio. Vi sono disposte provette di sangue.

É nervoso, muove convulsamente le ginocchia. Traccia linee immaginarie sulla scrivania. Alle sue spalle si rincorrono, proiettate sullo sfondo, immagini delle sue belle montagne dove era solito allenarsi.

Comincia allora, in un flusso di coscienza, il suo racconto.

Non è lineare: i piani temporali si sovrappongono, si accavallano. Tanti flash, frantumazioni contraddittorie di attimi di vita.

C’è  lui adolescente che gioca a rugby col piacere di vincere e perdere insieme alla squadra ed un padre che lo spinge alla marcia solitaria.

Una fiala fredda di sostanze dopanti che resta in frigo. E’ gelida come un pensiero fisso, avvolto tra coraggio e incoscienza prima di essere presa come elisir delle fantastiche vittorie.

Il corpo stanco per i sacrifici cui è sottoposto: ore di palestra, fisioterapia, allenamento, dieta di pesce lesso, verdure lesse e riso lesso.

La voglia di cambiare vita, di ubriacarsi e ballare; di liberarsi dall’appartenenza alla marcia, come quando da piccolo, in colonia, si liberava del braccialetto messo come segno di riconoscimento. 

E poi c’è quella passione distruttrice, malsana, quel bisogno di essere solo, sulle sue montagne, di essere il primo ad ogni costo. Di indossare la medaglia tanto agognata davanti ad uno stadio pieno mentre i flash dei fotografi la immortalano.

Ad ogni ricordo, l’attore, che parla con inflessioni dialettali venete come le sue montagne, si toglie un indumento: il cappuccio, la felpa, la maglietta, la tuta, i boxer.

E, mostrando il corpo nudo, forte e debole al contempo, comincia, come un San Sebastiano moderno, a “flagellarsi/doparsi” con siringhe su gambe, torace, braccia.

Il doping, che gli causa l’eliminazione dalle competizioni, è al contempo la possibilità di una nuova vita, priva di ansia, di ritmi disumani, di pensieri di morte, di aspettative da soddisfare.

Roberto Scarpetti, drammaturgo romano, scrive 28 battiti prima del caso Schwarzer. Non è infatti interessato a raccontare una storia precisa.

Lontano come sempre dal dare un giudizio, Scarpetti prende il corpo dello sportivo come simbolo e allegoria per chiedersi: che cosa porta il campione a doparsi, ad andare oltre l’umano, la passione insana a primeggiare a tutti i costi che lo rende schiavo inconsapevole o la pressione degli altri che lo vogliono super uomo incuranti del vuoto affettivo e umano che gli creano attorno?

28 battiti mi chiedo se non sia un po’ quello che succede anche a manager, professionisti, politici, scienziati dapprima volenterosi, costanti, brillanti. Poi ambiziosi, ed infine arroganti, animati dalla voglia di “lasciare un segno in questa vita” e per questo capaci, pur di soddisfare cupidigia o pressione di analisti, aziende, gruppi finanziari, di andare oltre l’umano.

28 battiti scritto e diretto da Roberto Scarpetti,

movimenti Marco Angelilli, live video Maria Elena Fusacchia

video Luca Brinchi e Daniele Spanò

con Giuseppe Sartori

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

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