“Cantino dei Cantici” al Teatro Vascello

“Cantino dei Cantici” al Teatro Vascello
Ph. Fabio Lovino

Fino al 22 aprile sarà in scena al Teatro Vascello il Cantico dei cantici diretto e interpretato da Roberto Latini e prodotto dalla compagnia Fortebraccio Teatro, diretta dallo stesso Latini, con il sostegno di Armunia Festival Costa degli Etruschi e con il contributo di MiBACT.

Già vincitore di due Premi UBU 2017 (Miglior attore o performer – Miglior progetto sonoro o musiche originali) lo spettacolo è un’autentica dichiarazione d’amore e non perché tratta una tematica amorosa, o meglio non solo per questo: è una dichiarazione d’amore al teatro, alle parole, al suono delle parole. Latini ci invita a non dare un significato al testo, a non cercare una chiave di interpretazione ma, semplicemente, chiede di abbandonarci ad esso e di lasciarci sedurre dal suono di quelle parole.

Il suono, infatti, è il pilastro dell’intero spettacolo. La scenografia è semplice ma fortemente evocativa e suggestiva (chi conosce il lavoro della Fortebraccio sa di cosa parlo): una panchina, una pianta, un’asta microfonica e un tavolo da studio radiofonico con tanto di microfoni e display “on air”. Questi oggetti non sono decorazioni, simulacri di un’alterità o veicoli dell’illusione scenica, sono segni pregni di significato, sono lì per assolvere un preciso compito in un preciso momento. Seguono, in qualche modo, un ritmo. Lo stesso ritmo che scandisce la recitazione di Latini, che non ha paura ad infrangere i percorsi logico-causali della dizione per seguire un percorso musicale dettato, da una parte, dal verso poetico del testo stesso e, dall’altra, dalle bellissime musiche di Gianluca Misiti. Il suono, abbiamo già detto, riveste un ruolo fondamentale, è la via d’accesso al nucleo poetico dello spettacolo. È come se ci trovassimo nelle orecchie di Latini stesso, sentiamo quello che sente lui, ma non sentiamo tutto: il suono del telefono e le conversazioni fatte tramite questo, ci sono precluse; ma quello è rumore, non è musica.

A sottolineare ulteriormente il ruolo del suono è il fatto che la quasi totalità del testo venga detto dalla postazione radiofonica lasciando così emergere un messaggio ambiguo: da una parte si configura come un invito ad un puro ascolto escludendo qualsiasi altro canale percettivo, dall’altra – per il fatto stesso di essere a teatro – lo sguardo è inevitabilmente coinvolto. Eppure è proprio attraverso lo sguardo che si palesa un altro elemento decisivo dello spettacolo: lo speaker stesso. Un essere umano che, probabilmente, ha perso il suo partner e che, attraverso il testo, tenta disperatamente di ritrovarlo. Avvolto da un’immensa solitudine è confortato esclusivamente dal suono della musica e (“beckettianamente” potremmo aggiungere) da quello della sua voce. Questa solitudine, in netto contrasto con l’atmosfera idilliaca del testo, sfocia poi in un’autentica discesa all’inferno che, complice anche lo straordinario disegno luci di Max Mugnai, non esitiamo a definire conturbante.

Inquietudine e idillio sono le due facce dell’amore, ecco cosa ci confessa il “Cantico dei Cantici”. Di fronte alla bellezza siamo attraversati, come fosse corrente elettrica, da forze misteriose, potenti e spesso contrastanti. Viene alla mente una frase di Breton: la bellezza sarà convulsa o non sarà.

 

 

 

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