L’inferno del lager: ‘Se questo è un uomo’ al Teatro Ghione di Roma

L’inferno del lager: ‘Se questo è un uomo’ al Teatro Ghione di Roma

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.”

Con questo incipit inizia il meraviglioso reading a quattro voci dell’opera di Primo Levi rappresentato al Teatro Ghione di Roma.

Una lettura interpretata, via via da ciascuno, a volte in più ruoli, con un mutare di ritmi a seconda del capitolo trattato. Martellante, coinvolgente, emozionante fino alla commozione, lento, incalzante, tremante, consapevole, rassegnato, quasi senza la più pallida ombra di speranza, fino alla fine.

La ribalta, sin da prima dell’inizio della rappresentazione, mostra allo spettatore montagne di vestiti, abiti mischiati di uomini, donne e bambini. Abiti mischiati come i loro corpi, esanimi, nelle fosse, nelle cataste che non sono state fatte bruciare dai nazisti,  frettolosi di lasciare quell’inferno in terra.

Lo spettacolo segue i capitoli del libro di Primo Levi, dalla cattura allo smistamento nel Campo di Fossoli dove viene annunciato il viaggio verso una destinazione ignota che altro non è che il campo di concentramento di Buna-Monowitz, uno dei quarantaquattro campi satelliti di Auschwitz in Polonia.

La descrizione della cattura e del viaggio è come una lenta discesa negli inferi. Persone che fino a poco prima avevano una vita comune ora ridotte come bestiame, tradotte in un viaggio di quindici giorni senza acqua né cibo, ammassati in carri merci come animali pronti per il massacro.

Smistati tra uomini e donne, tra abili ed inabili al lavoro, quei miserevoli esseri umani vengono denudati e lasciati al freddo dell’inverno polacco, battezzati con il marchio di un numero, che diventerà il loro nome, sul braccio sinistro.

Qui inizia la degradazione dell’uomo si compie il processo di spersonalizzazione messo in atto dai nazisti: annientare la volontà, sentire pian piano la speranza di rimanere vivi affievolirsi e capire di essere solo un numero e non un individuo che invece è costretto a lottare, a rubare, a mentire per sopravvivere.

Prende forma il progetto della “soluzione finale” per cui le vite delle razze minori, ebrei, oppositori politici, zingari ed omosessuali devono essere spazzate via, la follia geometrica degli aguzzini che li annulla prima come uomini e poi nella mente, fino alla morte.

Levi, grazie alla sua laurea in chimica, riesce a trovare un impiego come chimico e fantastico è quando riesce a ricordare a memoria, a volte con fatica, e a raccontare a Pikolo, un ragazzino francese, il ventiseiesimo canto della Divina Commedia in cui si narra la storia di Ulisse.

Colpito dalla scarlattina durante il bombardamento del 1944, Levi rimane nel lager mentre i nazisti iniziano la fuga portandosi dietro i prigionieri capaci ancora di muovere dei passi. La crudeltà non si ferma nemmeno ora: chi smette di camminare viene ucciso.

Malato ma vivo. Malato ma libero e vivo per raccontare perché mai si dimentichi un’aberrazione così tremenda.

La regia di Daniele Salvo è efficace nella lettura interpretativa del testo. I personaggi si intrecciano, e lo fanno incrociandosi e cambiando posto, come per accentuare l’avvicendarsi degli avvenimenti e

l’omaggio finale, quasi ossequioso, all’immagine in primo piano di Primo Levi sullo sfondo è di profondo rispetto e di struggente tristezza per quello che è accaduto e per quello che mai più dovrà accadere.

“SE QUESTO E’ UN UOMO” dall’opera di Primo Levi.

Regia di Daniele Salvo con Daniele Salvo, Martino Duane, Patrizio Cigliano, Simone Ciampi

TEATRO GHIONE DI ROMA DAL 20 AL 25 FEBBRAIO 2018

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