‘Dio arriverà all’alba’, l’omaggio di Antonio Nobili ad Alda Merini

‘Dio arriverà all’alba’, l’omaggio di Antonio Nobili ad Alda Merini

Ogni poeta è ciò che scrive, è l’insieme dei suoi versi, delle pause, delle virgole che sospendono un’emozione. Tutta la sua personalità e forza comunicativa non è però solo l’insieme dei suoi scritti, è qualcosa di più, un’eccedenza che trapela delicatamente quando leggiamo e che ci lascia scossi per giorni. Un poeta è la sua esperienza, i suoi vissuti, la sua quotidianità.

Lo sa bene Antonio Nobili, scrittore e regista di Dio arriverà all’alba, in scena al Cometa Off di Roma fino al 21 gennaio 2018. Lo spettacolo, omaggio ad Alda Merini, non ci racconta i meri successi editoriali della poetessa o le vicende manicomiali che ben conosciamo, ma la sua routine, l’essenza più intima dell’artista, la sua nudità e il dolore creativo che emerge nell’incessante susseguirsi delle ore e dei giorni.

La luce si alza lentamente. Una telefonata anticipa un incontro, è un professore universitario che chiama Alda per chiederle di ospitare un giovane talentuoso che sta svolgendo delle ricerche su alcune dinamiche della poesia contemporanea.

Inizialmente titubante, la scrittrice accetta, dando il via a una serie d’incontri dove entrambi potranno aprirsi all’altro, spogliarsi delle proprie maschere sociali e ritornare a quell’intima passione raccontata spesso dalla Merini nelle storie poetiche dei suoi giovani amanti.

Non esiste poesia se non per un occhio attento e coraggioso, nascosta negli angoli più bui è la luce, lì dove nessuno oserebbe guardare: “Desiderare d’entrare per amore folle in ogni nudità e vuoto e povertà di tutto quanto c’è nel mondo, sta in quei nudi, è tra quei vuoti che troverai la bellezza, troverai la poesia” confessa Alda guardando negli occhi il giovane Paolo.

Meravigliosa l’interpretazione di Antonella Petrone, capace d’indossare i panni di Alda Merini con estrema eleganza, la poetessa rivive nella sua voce e nelle sue movenze, ma soprattutto nelle sue emozioni; ci si scorda di essere a teatro e che ci sia un altro volto celato dietro quello del personaggio.

La Merini si guarda allo specchio, si osserva, canticchia tra sé e sé, si prende gioco del medico che la va a visitare a casa. Nel suo appartamento, sul pavimento, mozziconi di sigarette e fogli sparsi, sulle pareti foto, appunti e numeri di telefono scritti col rossetto e libri, pile di libri ovunque.

Parla con la sua anima innocente e infantile, cerca di salvaguardarla ma senza illuderla, è una donna cosciente che il dolore è la chiave per aprirsi alla narrazione, l’ispirazione di ogni artista. La sofferenza non è qualcosa da rifuggire ma qualcosa con cui ballare insieme.

Una tecnica registica infallibile quella di Antonio Nobili, in grado di mescolare perfettamente immaginazione e realtà, sogno e veglia, luce e buio, divertimento e dolore. Il tutto accompagnato dalla meravigliosa colonna sonora originale di Paolo Marzo. Lo spettatore si ritrova catapultato in un vortice emotivo da cui è impossibile staccarsi e che, forse, termina solo con lo spegnersi delle luci.

“ALDA: Io non posso fare che quello che devo.

BAMBINA: E da quando soffrire è un dovere?

ALDA: Da quando esistono i poeti”.

 

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook