“Il padre”, ovvero esserci e non esserci

“Il padre”, ovvero esserci e non esserci

Al Teatro Ambra Jovinelli dal 2 al 19 Novembre

Che cos’è la memoria? E che cos’è l’identità? Cosa tiene insieme, con fili invisibili, le nostre giornate, la nostra quotidianità, le nostre relazioni e il nostro essere in relazione con il mondo? Sono le domande segrete, che nessuno di noi si pone esplicitamente, perché troppo destabilizzanti, e quindi derubricate a meri arzigogoli mentali, troppo lontani dalle nostre (apparenti) necessità di vita e auto affermazione.

E sono proprio queste le domande che l’Alzheimer ci pone, drammaticamente, e che Il padre riverbera verso di noi, pubblico da platea della prima all’Ambra Jovinelli: le riverbera su di noi, senza poter dare risposte, perché risposte non ce n’è.

Parigi, interno borghese, un elegante appartamento sobriamente arredato. Un uomo, sua figlia. Lei, Anna, preoccupata dai comportamenti paterni, dalla cacciata dell’ennesima badante, dalle assenze di memoria, di lucidità. Lui, Andrea, è burbero, iroso, ma anche incerto, infantile, lagnoso, discontinuo e altalenante nei suoi umori, nelle sue reazioni. La parola Alzheimer aleggia sin da subito nell’aria, ma non verrà pronunciata, né ora né mai.

Posta di fronte alle continue smagliature, distrazioni, al progressivo degradare della lucidità e della memoria del Padre, Anna decide suo malgrado prima di accoglierlo nella sua casa, con la forzata complicità del compagno, poi finirà per arrendersi, trovandogli una collocazione in una casa di riposo. E si compie così la parabola della malattia, che dai primi accenni di instabilità, di lontananza dal mondo, evolve drammaticamente attraverso un gioco di scambi, di sviste, di smemoratezze, fino al ritorno fetale di Andrea, all’accoglienza nel grembo rassicurante (e irrevocabile) d’una clinica anonima.

Questo mondo sempre più incerto e rarefatto, dove le facce si mischiano, il genero diventa l’ex marito della figlia, l’appartamento Parigi forse è il suo, forse quello della figlia, forse un terzo ancora a Londra, noi lo vediamo con gli occhi di Andrea, vediamo quel che (sembra?) accadere attorno a lui, per poi rapidamente  rovesciarsi nel suo contrario, ad ogni cambio scena, marcato dal buio in sala, la realtà è diversa, le situazioni opposte, i personaggi cambiano faccia, emozioni, intenti.

A margine, i dialoghi e le angosce di Anna, la figlia devota e tormentata tra l’affetto per il padre e l’oppressione della sua malattia. Il finale, è noto.

Il padre è, a suo modo, un esperimento riuscito. Il rovesciamento continuo e dei punti di vista (il mondo visto da Andrea, il mondo visto da Anna) e della realtà percepita (e non) da Andrea all’inizio ci disorienta, poi ci coinvolge e commuove. E Alessandro Haber è semplicemente incredibile, o meglio, fin troppo credibile: è lui a tenere la scena per i novanta minuti di questo atto unico, a dare il tono a tutta la narrazione.

Tono che in fondo rimane un po’ in bilico, sul filo del rasoio: non potendo essere, evidentemente, né dichiaratamente comico né soltanto drammatico, dovrebbe trovare – e non sempre ci riesce – nella contrapposizione dei due registri un suo tono paradossale, grottesco, un suo riso amaro, per così dire. Forse anche per una certa disparità, se non nell’interpretazione, nei ruoli tra il protagonista ed i suoi comprimari, la forza tragica di Andrea/Haber non trova un altrettanto solida sponda comica.

Aiuta forse a capire quest’ultima nostra osservazione, un confronto – affettuoso – con uno splendido romanzo, che racconta sempre d’un padre malato d’Alzheimer (anche lui come Andrea – guarda le coincidenze! – con la passione per il tip tap…), “La versione di Barney”, del canadese Mordecai Richler. Un personaggio istrionico, feroce e furfantesco, protagonista sarcastico e autoironico di una vita tutta sopra le righe, che vediamo scivolare pian piano nell’oblio, di sé e del mondo. Nel romanzo, l’equilibrio tra humour e dolore di vivere (e dimenticare…) è una danza continua, che si va pian piano spostando – come su un piano inclinato – e da farsa si finisce in tragedia.

Ecco, per tornare (finalmente!) a “Il padre”, quel che manca rispetto a “Barney”, forse è proprio la farsa: può sembrare strano, forse crudele, ma in realtà l’eccesso di cupezza finisce per anestetizzare un poco la nostra sensibilità. Senza nulla togliere alla straordinaria prestazione del protagonista.

Da vedere, comunque. Ma poi magari leggete anche “Barney”.

Regia: Piero Maccarinelli

Interpreti: Alessandro Haber (il padre), Lucrezia Lante della Rovere (la figlia), Daniela Scarlatti, Ilaria Genatiempo, Riccardo Floris, David Sebasti (gli altri)

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