“Jesus Christ Superstar “: quarantaquattro anni e sembra ieri

“Jesus Christ Superstar “: quarantaquattro anni e sembra ieri
"Jesus Christ Superstar" in scena al Sistina

Il “plot” è, in questo caso, ben noto: la Passione di Gesù Cristo, in particolare la cronaca dell’ultima settimana di vita del Nazareno, dal suo arrivo in Gerusalemme alla Crocifissione. E trattasi di una delle storie più raccontate al mondo, in mille lingue e mille modi. Come anche è ben nota la storia di questo spettacolo, nato come rock opera poi musical teatrale, poi film, poi di nuovo – per più di quarant’anni – nei teatri di tutto il mondo: non si contano le produzioni (americane, britanniche, australiane), le repliche neanche a parlarne.

La chiave di questo consolidato successo, è certamente nella forza e nella capacità che le musiche ed i testi hanno di trasmettere la tensione che anima il racconto, di trascinare nel vivo dell’emozione, nel riuscire a dara una netta, quasi tagliente coloritura psicologica dei protagonisti, che raramente trova confronti, in specie nel genere rock opera (e non si salva nessuno dei film di quella grande stagione, da “Hair” del 1967 a “Tommy” nel 1969, da “The Rocky Horror Picture Show – 1975 – per finire a The Wall, A.D. 1979). Niente da dire, JCS emoziona e travolge quant’altri mai, pur essendo un lavoro molto curato, molto rispettoso dei singoli ruoli e delle singole voci, ha una vitalità che non smette di stupire.

La produzione ospitata al Sistina, con Tom Neeley nei panni (sic) del Cristo, riesce a trovare un buon compromesso tra una fedeltà filologica ai suoi (numerosi) precedenti teatrali – e al film – e qualche soluzione scenica più originale.

Sul palco come sui ponteggi che lo coronano, si contendono lo spazio scenico e a volte si mischiano l’affiatata orchestra (direttore Emanuele Friello), e il cast di ballerini-cantanti: quelli quasi invisibili ma portentosi ruotano sulla loro piattaforma girevole, questi piroettano e saltano sui gradoni finto-marmo, un po’ stretti nelle coreografie, per forza di cose adattate molto accuratamente al residuo spazio vitale. Tutto dal vivo, tutto senza rete. Lo spazio è sfruttato al millimetro, e con naturalezza, ma è quello che è (poco).
Sullo sfondo di tubi innocenti campeggia un megaschermo pixellato, che di volta in volta diventa colonnato romano o collina del Getsemani, piuttosto che lavagna luminosa per i versetti dei Vangeli o per i passaggi chiave delle canzoni. Già perché non ci sono sottotitoli per i testi delle canzoni (dialoghi non ce n’è affatto): meglio, sarebbero una distrazione continua, e poi il racconto è ben noto (vedi sopra), e la forza espressiva dei testi tracima ogni difficoltà linguistica.
La cacciata dei mercanti dal Tempio diventa quindi una funambolica e fiammeggiante corte dei miracoli, promiscua e lasciva, con tanto di fornicatori, trampolieri e mangiatori di fuoco, Caifa e Hannas tramano baritonali complotti di “real politik” ed Erode è una drag queen guizzante e prorompente. Fra tutti Giuda, con Maria Maddalena il più drammatico e coinvolgente tra i protagonisti, cuce la sua, personale e ombrosa passione, prima consumato dai dubbi, poi roso dal rimorso.

Alcune delle invenzioni funzionano, altre meno: la sequenza di fotogrammi ‘evocativi’ (la bomba di Bikini, le due Torri, il Vietnam, Martin Luther King, Auschwitz e Gandhi) associate a ciascuna delle 39 frustate aspettano ancora una spiegazione, sotto pena di cadere nello stereotipo, mentre l’ingresso finale di Giuda da via Sistina (in ripresa TV su megaschermo), per quanto la canzone sia splendidamente interpretata, non convince fino in fondo.

Resta comunque la carica di questo spettacolo, due ore abbondanti (con un breve intervallo) di emozione, senza risparmio, a tratti forzatamente interrotte da applausi e standing ovation, da un pubblico metà nostalgici e metà per niente (quindi genuino entusiasmo).
Restano le interpretazioni, del tutto all’altezza dell’originale, d’un cast quasi tutto italiano, con uno splendido Feysal Bonciani (Giudas), una vibrante Simona di Stefano (Mary Magdalene) e l’attempato ‘titolare’ Tom Neeley (Jesus), quarant’anni di onorato mestiere, ma in scena non il migliore.

Coinvolgente, nell’insieme all’altezza delle aspettative

(1) Per Jesus Christ Superstar, celebrata rock opera di successo, successiva al meno noto Hair, in realtà non è semplice stabilire una data di nascita: pensato come album musicale (doppio LP), è diventato prima uno spettacolo teatrale (in premiéré nel 1971 a Broadway, e per i successivi quarant’anni in tutto il mondo) e poi un film di successo (1973, regia di Norman Jewison, con un remake, assai meno noto e più ‘teatralizzato’, nel 1999).

Musiche: Andrew Lloyd Webber

Testi: Tim Rice

Regia: Massimo Romeo Piparo

Interpreti:

TomNeeley (Jesus), Feysal Bonciani (Giudas), Paride Acacia (Hannas), Simona di Stefano (Mary Magdalene) …e tanti altri grandi.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook