“La cena dei cretini”: In(f)erno borghese con Cretino

“La cena dei cretini”: In(f)erno borghese con Cretino
"La cena dei cretini" in scena al Teatro Manfredi

Nel senso comune il Cretino è un infelice, perché non comprende che il mondo ride di lui, ed è prigioniero di una realtà tutta sua, delle sue personali ossessioni. Per certi versi è invece un utile membro dell’umana famiglia, una sorta di parafulmine, di capro espiatorio per il male di vivere, attirandosi il disprezzo e il ridicolo in vece nostra, sollevandoci dalla necessità del pensiero. Come dire: il Cretino ha una sua ragion d’essere.

Ma in verità il Cretino, il devastante “gaffeur” seriale, è anche un soggetto potenzialmente troppo pericoloso per essere maneggiato con eccessiva disinvoltura, perché in grado di provocare (involontariamente) un rovesciamento clamoroso proprio di quel senso comune così confortante, smascherando le nostre ipocrisie e rivelandoci per quegli idioti bugiardi che spesso siamo, e sempre fingiamo di non essere.

E quando, come in questa commedia, un gruppo di ricchi borghesi (parigini) arriva ad ‘istituzionalizzare’ tali personaggi, celebrandoli quasi ritualmente con una cena a loro dedicata (in realtà un vero e proprio concorso di…cretineria), allora il disastro è dietro l’angolo, e sarà un vero e proprio contrappasso.

Per Pierre, editore di successo, le premesse sono delle migliori, e si prepara a vincere la serata con gli amici presentandogli un ‘formidabile idiota’, il modesto e ingenuo François Pignon: ottuso contabile alle Finanze, da quando la moglie lo ha piantato in asso due anni prima ha trovato sollievo nel suo hobby, costruire modellini monumentali (la Torre Eiffel, il Golden Gate…) con i fiammiferi, con passione maniacale e travolgente orgoglio.

 

Ma un perfido mal di schiena costringe Pierre a rinunciare al suo trionfo (e alla cena), rimanendo solo in casa dopo un litigio con la moglie Christine. Riceve, come può, il povero Pignon (con corredo di macrofotografie dei suoi modellini, s’è parlato anche di dedicargli un libro di possibile pubblicazione) il quale, pur animato delle migliori intenzioni, lo trascina in una sequela di catastrofi annunciate, prendendo inspiegabilmente e inconsapevolmente il controllo della serata, in un andirivieni di mogli rabbonite e amanti furiose, di ex-amici e possibili amanti rivali, tra inseguimenti telefonici e continui ribaltamenti di senso, con Pignon che sempre orgogliosamente torna a mostrare appena può i suoi maniacali modellini.

Dopo un crescendo di gaffe disastrose, in cui il gioco al rilancio nasce dal tentativo ogni volta di rimediare il disastro precedente, il finale pirotecnico sarà una strage: di bugie clamorosamente smentite, di apparenze platealmente stracciate, rivelando definitivamente la pochezza umana di Pierre e l’evanescenza delle sue relazioni. Chi è il Cretino, adesso?

Dal suo testo teatrale, lo stesso Francis Veber ha tratto un magnifico film (“Le diner des cons”, 1998), in cui il ritmo e la tessitura dei dialoghi (le pause, le sfumature, le continue trappole verbali) rendono la comicità spontanea e continua. La “Cena” non ci provoca con una comicità diretta, ma ci seduce – maliziosamente – portandoci a un riso più profondo, più amaro e forse meno liberatorio: non possiamo ridere del Cretino, perché – toh! – si fa presto a passar per Cretini tutti noi.

Una specie di profano: “beati i poveri di spirito”, insomma.

Tornando alla “Cena” di Triestino e Pistoia, forse perché penalizzata dall’essere una prima – qui al Manfredi di Ostia – e nonostante l’evidente bravura degli interpreti (tra tutti, anche un ottimo Ciro Scalera), soffre un po’ proprio per la mancanza di scioltezza, di ritmo: i dialoghi scorrono un po’ sopra le righe, grassettati, rimbalzano dall’uno all’altro senza troppa sintonia: e ci si trova a dover metterci troppo del proprio (noi spettatori), quasi a dover andar noi a cercare il divertimento, a voler proprio ridere.

Sperabilmente, finito il rodaggio, un cast così brillante saprà trovare la giusta verve per riproporre degnamente questo pezzo di bravura.

Da tenere d’occhio, non può che migliorare

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