“Club 2.7”, il mito della maledizione del 27 al Brancaccino di Roma

“Club 2.7”, il mito della maledizione del 27 al Brancaccino di Roma
"Club 27", in scena al Brancaccino di Roma il prossimo 13 aprile

Il prossimo 13 aprile al Teatro Brancaccino di Roma, “TeatroSenzaTempo Produzione Spettacoli Teatrali” presenta “CLUB 2.7” (testo e regia di Mary Ferrara, Coreografie ed Assistenza alla Regia con Mattia Di Napoli, Vocal Coach: Enrico D’Amore e Alessio Ingravalle) con gli allievi del MIA – Musical Inside Academy (con Alice Adorni – Rino Gaetano, Davide Colnaghi – Jimi Hendrix, Stefano Di Giulio – Jim Morrison, Matteo Maria Dragoni – Kurt Cobain, Davide Fasano – Luigi Tenco, Virginia Menendez – Amy Winehouse, Serena Piraine – Mia Martini, Chicco Sciacco – Jeff Buckley e con le ‘Anime’ Giulia Bonanni e Giulia Capuzzimato).

Uno spettacolo teatrale ed un musical in cui vengono descritte ed affrontate le vite del Club 27, il club dei cantanti maledetti morti tutti giovani all’età di 27 anni (con l’introduzione anche di artisti italiani come Rino Gaetano e Mia Martini), tra canzoni e testi che hanno segnato la storia della musica mondiale.

Uomini e donne che han introdotto nei loro brani tutto il loro essere, le più intime emozioni e stati d’animo, i tormenti e i dolori che li han segnati profondamente che hanno siglato il loro successo, ma anche la loro rovina fatta di eccessi e abusi.

Anime che han creato demoni eterni con le loro note, esistenze in solitudine fra la gente e la gloria che cercavano solo pace e serenità e non riscatto, ma che han trovato sofferenze e delusioni sfociate poi nella depressione e nella “maledizione” della loro fama smisurata che, però, ha reso immortale la loro musica.

Si passa dal mitico Jim Morrison (morto d’infarto per overdose di eroina a soli 27 anni), che cantava la libertà con testi ricchi di immagini contrastanti (mitologia e filosofia VS religione e psicanalisi), tormentato dall’idea di non essere un bravo poeta e disperato per la contrapposizione fra l’elevatezza delle idee dell’uomo (i sogni) e la bassezza del suo desiderio terreno (la materialità delle cose), al leggendario Jimi Hendrix ( morto soffocato dal suo stesso vomito dopo un’overdose di barbiturici, anche lui a soli 27 anni), che parlava anch’esso di libertà e criticava ardentemente sia la guerra che il razzismo. Due artisti diventati sempre più soli, dilaniati dal successo, pronti a volare sempre più in alto fino a bruciarsi le ali come Icaro, che han abusato di sostanze stupefacenti e alcol per rintanarsi e rifugiarsi dal mondo. Una musica la loro, soprattutto quella di Jimi Hendrix, inquieta, equivoca, piena di riferimenti alla morte, alla magia e alla religione che si basava sui sogni (anzi incubi) che facevano. Vengono rappresentate anche le esistenze di Kurt Cobain, Amy Whinehouse e Jeff Bucley.

Uno spettacolo teatrale che ripercorre anche le vite di autori italiani morti giovani che hanno condiviso con i colleghi oltreoceano tormenti e sofferenze.

Classici esempi sono Mia Martini e Rino Gaetano. Mia Martini, morta per arresto cardiaco da overdose di cocaina, cantava di sesso, crisi religiose e suicidio, tematiche scaturite a causa di un ambiente familiare soffocante e violento sottomesso ad un padre manesco e possessivo. Un’artista che ha dovuto affrontare la depressione ed in preda ad istinti suicidi generati, soprattutto, dalle dicerie sulla “sfortuna che porta con sé”. Tutto ciò venne ulteriormente rafforzato anche dall’invidia dei colleghi e dall’amore tormentato con Ivano Fossato, geloso anch’esso della sua carriera di cantante. Un’emarginazione che Mia Martini condivideva anche con un altro grande interprete della musica italiana, Rino Gaetano, che affrontava il tema dell’emigrazione e della falsità del mondo ipocrita.

Un Rino Gaetano, morto in un incidente stradale all’età di soli 30 anni, che affrontava anche la tematica dell’emarginazione, in cui spiegava che gli emarginati non sono solo i drogati, gli alcolisti o i clouchard, ma siamo tutti noi perché i rapporti di convivenza sono dettati solo dal dovere e non dal piacere di incontrarsi e di collaborare umanamente; siamo tutti soli fra la gente.

La rappresentazione teatrale evidenzia l’importanza fondamentale di tutti questi cantanti non solo nella storia della musica, ma anche nella vita di ognuno di noi lasciando una traccia indelebile del loro passaggio.

Infatti, tutti questi immensi artisti aprono partite coi posteri che non si chiudono mai; sono come vampiri che vogliono vita dai vivi succhiando pensieri dalle teste e si risvegliano tutte le volte che qualcuno ascolta la loro musica e provano a convincere che non sono morti. Cantano per tutti i giorni dell’eternità, entrando nei corpi come geni nelle bottiglie. Perché come tutti i grandi artisti, sono dei vice-creatori di vice-mondi che si nutrono di riconoscenza e di amore.

 

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