“Il violino relativo”, alla scoperta dell’Universo nelle memorie d’un liutaio

“Il violino relativo”, alla scoperta dell’Universo nelle memorie d’un liutaio
"Il Violino relativo" al Teatro Manfredi

Nel Violino Relativo i misteri e le malizie dell’antica arte dei maestri liutai s’incrociano, per un caso fortuito, con le ambizioni scientifiche del giovane Einstein, e ne esce un ritratto irrituale e affascinante della mente più celebre del “secolo breve” (il ventesimo), filtrato dai ricordi e reso vivo nel racconto della viva voce del giovane Sacconi (Riccardo Barbera).

Figlio di liutaio (e perciò figlio d’arte), ancora bambino accompagna nei boschi il padre in cerca d’alberi, di legni pregiati, imbattendosi nel giovane Albert. L’incontro segnerà per entrambi un risveglio e sarà per l’uno la fonte d’una curiosità umana e intellettuale per il futuro Nobel, per l’altro l’inizio di una sfida, irrisolta: comprendere il segreto del suono inimitabile e sublime degli Stradivari, non violini ma veri e propri pezzi d’arte, d’indiscussa superiorità (e di misteriosa fattura), frutto del genio d’un celebre liutaio cremonese.

Di qui in avanti s’intrecciano le cronache e le corrispondenze, sempre segnate dall’ironia dello scienziato, che caparbiamente – tra ingegnosi ‘esperimenti mentali’ e accurate ricerche filologiche – tenta di forzare il mistero per comprendere quale sia la fonte, l’origine del suono meraviglioso di quei violini, se siano le loro forme o le proporzioni, le vernici utilizzate o le colle, cercandone radice e ragione.

Invano: perché al grande pensatore scientifico, al rivoluzionario che ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo (cambiando così la natura del mondo stesso), manca pur sempre l’arte antica e la centenaria esperienza di chi quelle forme, e quei legni e quelle vernici le ha per mano e negli occhi da vite intere.

Generazioni di liutai sanno infatti da sempre che “meno linfa, più suono”, è soltanto quello il segreto: della loro arte, come di quella del grande Cremonese, che poté usare legni d’alberi antichi assai, vissuti e cresciuti in un diverso clima, e ormai perduti per sempre.

E dunque, se gli ‘Stradivari’ (persino quelli autentici alla nascita, passati per le mani dell’omonimo) son stati nel tempo smontati, aggiustati, rabberciati, rincollati – tanto che d’originale c’è rimasto solo il legno – è appunto quello il segreto.

Segreto quindi banale per un artigiano (e falsario, persino), per uno ‘del mestiere’, ma irraggiungibile per la mente di Einstein, una mente pur aperta e padrona delle (nuove) leggi universali, ma fatalmente e disperatamente incantata, come un eterno bambino, da un balocco inspiegabile e impenetrabile, perché “il violino è uno strumento diabolico, che resiste ad ogni comprensione”.

Tuttavia, poiché nel grande gioco della Scienza ogni intuizione è un tiro di dadi, dall’ostinata contemplazione del misterioso strumento nascerà (nella finzione narrativa) la possibilità d’una visione scientifica ancora più avanzata, un modo ancor più nuovo di vedere il mondo, che pone proprio la vibrazione (quindi la musica) al centro dell’architettura più profonda della realtà e della materia.

Nasce quindi l’idea che tutto ciò che è, ed esiste, sia ‘corda vibrante’, risonante d’energia. Sarà la “teoria delle stringhe”[1], dove appunto le particelle fondamentali (i grani che compongono gli atomi che compongono la materia che compone l’Universo) diventano oscillazione, vibrazione, risonanza: come in un violino.

Se la matematica secondo alcuni è la lingua dell’Universo, questo Violino Relativo vuole opporla alla manualità, all’umana e artigiana esperienza, all’intuizione.

E tutta la piéce in fondo è il racconto di questo immaginario duello (epistolare) durato vent’anni, tra la Scienza e l’Uomo, dove l’artigiano sembra vincere, quasi sornione, con la sua tradizione e i suoi falsi d’arte, ma alla fine è il pensatore che trionfa: s’arrende ad un sapere che non possiede, ma nello stesso tempo riesce ad immaginare nuove porte per nuovi mondi, che verranno.

Il Violino Relativo è un esperimento teatrale, molto curato e intrigante, di narrazione divulgativa. Non il primo nel suo genere[2] (nota), speriamo non l’ultimo. Autore e interprete, Riccardo Barbera tiene banco, affabula il pubblico dipanando con garbo e quasi in una danza altalenante il filo del suo racconto. Accompagnato sul palco da pianoforte (Andrea Calvani) e violino (Guido Menichelli), dal suo angolo-laboratorio ingombro di colle, casse e fondi di violini, Barbera è la voce del Sacconi e dell’Einstein, che ci accompagna, a tratti solenne, a tratti scanzonato, in un viaggio nella memoria, nel fondo delle cose e della nostra apparente realtà.

Da vedere (e un po’ di cognizione di causa non guasta)

[1] Un’accessibile e intrigante introduzione divulgativa alla teoria delle stringhe si può trovare nel saggio “L’Universo elegante”, di Brian Green (Einaudi, 2000)

[2] Su tutt’altri registri, ben più drammatici, un ottimo precedente è il “Copenaghen”  di Michel Frayn, quasi un thriller scientifico-politico, molto coinvolgente e lucido.

Regia: Paolo Pasquini

Testo e interpretazione: Riccardo Barbera

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