“Il sindaco del rione Sanità” al Teatro Gobetti di Torino

“Il sindaco del rione Sanità” al Teatro Gobetti di Torino
"Il sindaco del rione Sanità", foto di scena

Vivere e creare: le due parole chiave di chi vuole mettere in scena uno spettacolo di teatro. Ma non basta, infatti si può ricreare e rimodellare, plasmando ciò che già c’era nel passato, cercando di adattarlo agli anni che stiamo vivendo, nefandi e pieni di difficoltà: mettere a nudo la cruda realtà, che è qualcosa di disturbante, spesso non lo si vorrebbe vedere, ma ci si costringe perché il Teatro ha questo potere. A differenza di un film, con il quale che c’è sempre un certo distacco dato dallo schermo di un pc o di una televisione di uno schermo cinematografico, lo spettacolo calcato sul palcoscenico non ha nessun filtro: non si parla di luci e di musiche, si parla di persone in carne ed ossa che sono ad un passo da te e che mettono di fronte ai tuoi occhi una storia, una vicenda che può essere più o meno reale, più o meno divertente, ma è lì di fronte a te e tu quasi la puoi toccare.

Queste sono le precise e puntuali sensazioni che si avvertono quando si va a vedere uno spettacolo come “Il Sindaco del Rione Sanità”, che debutta al Teatro Gobetti di Torino martedì 21 marzo 2017 e che rimarrà in scena fino al 2 aprile. Alla regia troviamo Mario Martone, che per la prima volta si ritrova a dirigere un testo del grande Eduardo De Filippo, utilizzando un allestimento che unisce diverse produzioni differenti: all’opera hanno infatti contribuito il Teatro Stabile di Torino (di cui proprio Martone si occupa della direzione artistica dal 2007), la Elledieffe che nasce come compagnia indipendente sotto il nome di Luca De Filippo. Infine il NEST – Napoli Est Teatro di San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più popolari e difficili di Napoli, dove un gruppo di giovani, attori, registi, scenografi e drammaturghi hanno ristrutturato una palestra e creato uno spazio per le arti là dove negli anni Ottanta c’era un morto di camorra al giorno e dove la criminalità organizzata ha visto alternarsi al comando negli ultimi anni diversi boss tra i venti e i trent’anni. Insomma, un progetto coraggioso e ambizioso, che però ha ottenuto un enorme successo di critica e che riesce ad appassionare sia i grandi appassionati di De Filippo, sia coloro che invece lo conoscono di nome, ma che poco hanno visto dei suoi spettacoli.

Il tutto inizia con un giovane attore (vi ricordate Spillo, dello sceneggiato anni ’90 Amico Mio? Proprio lui, Adriano Pantaleo) che ci avvisa che verranno sparati dei colpi di pistola durante lo spettacolo, ovviamente a salve e che saranno veri i colpi rivolti a coloro che non spegneranno i cellulari: cala il silenzio, non tanto per la vana minaccia, ma perché lo si dovrebbe sapere che i telefoni vanno spenti. Spenti gli smartphone, spente le luci, prende vita quello che per quasi due ore (senza intervallo.. e chi ne aveva davvero bisogno?) tiene tutti gli spettatori attaccati al palcoscenico, con occhi/orecchie/mani/piedi/testa/mente e ancora. Uno spaccato di vita quotidiana nel Rione Sanità, dove il boss della malavita è Antonio Barracano (detto Don Antonio), che vigila attentamente sui suoi traffici e tenta di risolvere le piccole scaramucce che si creano tra questo e quell’altro: interamente recitato in dialetto napoletano, ti prende con violenza dal tuo cantuccio composta dalla comoda poltrona rossa e ti trascina su, in mezzo agli attori, ti fa sentire il profumo del caffè preparato da Immacolata (la tutto fare di casa), l’odore della sigaretta che tutti prima o poi si accendono, il rumore che fa una bottiglia di spumante appena stappata. Ma soprattutto ti fa vivere da vicino, grazie all’enorme bravura di tutto il cast, dalla più piccina Morena di Leva (Geraldina) al più fetente Massimiliano Gallo (il panettiere Arturo Sanatiello) quel brivido che scorre lungo la schiena di chi si ritrova a dover chiedere udienza a Don Antonio, la paura negli occhi di chi sa di aver sbagliato e di avergli mancato di rispetto, la donna che viene che viene chiamata “La mia signora” dal marito (ma che diversamente, diventa in fretta ‘a femmena mia). Fino al termine, quando la tragedia accade e tutto rimane sospeso perché nessuno sa come gestirla: per primi gli spettatori, non sanno come prendere le ferite inferte su un giovane corpo, l’ingiustizia che regna sovrana, ma che non si capisce mai da che parte si metta, da chi se la merita o da invece non ne può niente. Non si è giudici morali durante uno spettacolo di questo tipo perché sarebbe impossibile: non si è avvocati, non si possono prendere le parti di uno o di un altro personaggio, ma si può soltanto rimanete incantati fino alla fine ed applaudire ripetute volte a chi è riuscito a dare vita a tutto questo.

 

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