Ad ogni epoca il suo Verdi: ma “Il Trovatore” in trincea supera la prova

Ad ogni epoca il suo Verdi: ma “Il Trovatore” in trincea supera la prova

“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” – un aforisma, questo, che andrebbe memorizzato come fosse un teorema. Il motivo? Perché ripensando una frase come quella di Calvino come un puro teorema, diventerebbe più naturale applicarla all’arte, alla storia e, perché no, al teatro verdiano. E se le spiegazioni intorno ad essa non si esaurissero una volta per tutte, come per l’ipotenusa di Pitagora, non ci spaventeremmo,  ma, al contrario, cominceremmo ad apprezzare di più la versatilità e la vastità dei classici.

A cogliere il potere senza tempo della classicità è stato Alex Ollé, regista dello spettacolo de Il Trovatore di Verdi, in scena al Teatro dell’Opera di Roma, il quale, con la collaborazione di Valentina Carrasco alla regia, ha riflettuto a lungo sulle modalità di rappresentazione dell’opera.

Il dramma cavalleresco messo per la prima volta in scena a Roma il 19 gennaio 1853 – raccontano le cronache – fu un successo trionfale perché capace di fotografare perfettamente lo spirito del Romanticismo: nazionalismo, macabra passionalità, eroismo e morte; il tutto inserito nella cornice delle Guerre di Indipendenza. In una scansione rigorosa in quattro atti, divisi a loro volta in due scene, prende vita la celebre tragedia dei monarchi d’Aragona: una zingara viene trovata vicino alla culla di uno dei figli del vecchio conte di Luna, accusata di stregoneria e uccisa al rogo. Ma la vendetta della figlia della megera, Azucena, non si farà attendere, finendo, pur tuttavia, per ripercuotersi contro la stessa, per uno scambio di bambini: Azucena brucerà suo figlio e crescerà il primogenito del conte, che chiamerà Manrico, il trovatore. Di lui si innamorerà Leonora, preda da tempo delle  soffocanti attenzioni del fratello da cui Manrico era stato separato alla nascita, l’altro figlio del conte  di Luna. Ma come ridefinire Il Trovatore nel 2017? “Esso rappresenta l’insensatezza della guerra” – ha affermato Ollé. Solo la pulsione irrazionale della guerra può giustificare l’odio tra due fratelli, il dominio della cieca vendetta, la beffa dell’amore.

Il conte di Luna, interpretato dal baritono Rodolfo Giuliani, entra in scena, ma vestito prima con un completo da uomo d’affari, poi, con una tenuta da generale; il suo coro è costituito da soldati della Grande Guerra. L’Aragona dell’800 è lontana. Al suo posto nient’altro che trincee. E al fianco di Azucena (Silvia Beltrami) non salgono più nomadi, ma uno stuolo di migranti, provenienti, forse chissà, dalla Siria: zingara lei, esuli di guerra loro, ma insieme, perché entrambi conoscono il pregiudizio e il peso di una vita passata nell’ombra.

Ma il paradosso magico de Il Trovatore sta nella naturalezza con cui questi personaggi e ambientazioni vengono ad inserirsi nella “solida forma del melodramma” senza stonature: ogni scena si divide nei due momenti del cantabile e  della cabaletta: il primo, lirico e contemplativo come nel “Tacea la notte placida” recitato da Leonora (Vittoria Yeo) all’inizio della scena II; il secondo, invece, mosso da un mutamento di stato d’animo del personaggio: è il caso della celeberrima “Di quella pira l’orrendo foco” che Diego Cavazzin nei panni di Manrico intona in una delle scene  prossime allo scioglimento del dramma.

Ma quel che ancor più stupisce, è il titolo, “Il Trovatore”, in una tragedia come questa, in cui a far da protagoniste, a dir il vero, sono due donne, diverse ma complementari: Leonora, con una linea vocale sinuosa e spaziata, e Azucena; per lei Verdi pensò a ripetizioni melodiche ravvicinate, congeniali a rendere l’idea del sentimento ossessivo di vendetta .

Il vero fiore all’occhiello delle opere di Verdi, però, rimane il coro, quello stesso coro che popola i quadri di Hayez, che si ritrova nei Vespri Siciliani e  che dice addio alla propria terra nei “Profoghi di Parga”. In uno stesso gruppo  vengono a trovarsi borghesi, bambini in fasce, donne, nobili: ognuno di loro ha la sua storia, ognuno la propria voce , eppure insieme cantano, eppure insieme piangono e soffrono e fuggono: insieme essi sono un solo  grande popolo.  Malgrado gli anni, il teorema dei classici  funziona ancora ed è la dimostrazione di come pure un’opera teatrale possa raccontare, malgrado i secoli, qualcosa di noi, che ci appartiene e che forse avevamo dimenticato. Che il motto dell’Europa sia “uniti nelle diversità” ad alcuni, infatti, fa più comodo fingere di non ricordarlo .

 

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