La zattera di Giovanni Verga: ‘I Malavoglia’ al Teatro Quirino

La zattera di Giovanni Verga: ‘I Malavoglia’ al Teatro Quirino

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Dopo “Mastro Don Gesualdo”, “I Malavoglia” è la seconda tappa del progetto, ambizioso e ammirevole, che la società “Progetto Teatrando” ha intrapreso con lo scopo di dare nuova vita scenica all’opera di Verga. I Malavoglia è forse una delle opere più difficili dello scrittore siciliano da rappresentare in teatro. La pluralità dei personaggi, un arco temporale di più di un decennio e in ultimo, forse la più intuitiva delle difficoltà ma non per questo la più banale, il fatto che non si tratta di un testo teatrale ma di un romanzo.

Il regista Guglielmo Ferro vuole mettere in luce il ruolo della Natura, soprattutto nei suoi aspetti più brutali e meno controllabili dall’azione e dalla volontà dell’uomo. C’è però un’altra natura, altrettanto brutale e violenta, che viene fuori da questo allestimento: quella umana. Lo spettacolo si apre con un grande quadro di insieme, scene corali in cui i gesti e i canti dei personaggi riecheggiano l’un l’altro creando l’atmosfera della comunità, del piccolo paese siciliano, un’immagine di stabilità. Al centro della scena, in contrasto con la solidità della società di Aci Trezza, una zattera, un oggetto di fortuna, simbolo di fragilità, di speranza. Sarà proprio la zattera, che nello spettacolo rappresenta la “Provvidenza” la barca da pesca dei Malavoglia, l’inizio della rovina della sciagurata famiglia. Una rovina che viene enfatizzata dal cinismo dei compaesani. Quella che prima sembrava essere una grande famiglia, quelle persone che prima si sostenevano a vicenda, ora sono diventati sciacalli e usurai. Il grande quadro d’insieme si è frantumato e ognuno dei personaggi cerca di recuperarne, inutilmente, i pezzi.

Padron ‘Ntoni è l’unico che fino alla fine cercherà di riunire i pezzi della sua vita, della società in cui vive, della sua famiglia. Enrico Guarneri riesce a far vibrare questo personaggio, riesce anche a mostrare la continua e incessante azione che il tempo, la stanchezza e le sfortune hanno sulla figura di Padron ‘Ntoni. Una figura attoriale che commuove, diverte, a volte è un patriarca duro e autorevole, a volte un inoffensivo e saggio vecchietto. Un interprete proteiforme che dà una marcia in più a questo affascinante spettacolo. Degne di note anche le interpretazioni di Ileana Rigano, Rosario Minardi, Pietro Barbaro e Vincenzo Volo che partecipano attivamente e con grande bravura alla composizione orchestrale di questo allestimento.

Dobbiamo anche dare atto della bellezza delle musiche di Massimiliano Pace che accompagnano interamente, o quasi, lo spettacolo. Le note sembrano a volte schiaffeggiare duramente i personaggi, altre volte invece li accarezzano cercando di lenire il loro dolore. La musica è qui un personaggio, un elemento che cerca di (ri)costruire quella unità compositiva di cui si è parlato prima.

A fine spettacolo viene naturale confrontarsi con i personaggi, mettere a confronto le loro vicende con le nostre, i loro tempi con i nostri. Anche oggi i poveri sono sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi, i meno fortunati vengono emarginati e sfruttati, diventano oggetti di maldicenze. Tutto questo, però, non è opera solo e unicamente del destino o del fato avverso. Questo, a mio umilissimo avviso, è il segreto di questo spettacolo: renderci consapevoli delle nostre contraddizioni più intime, renderci consapevoli che ogni ingiustizia che commettiamo contro un nostro simile, è un debito che contraiamo con quella persona, renderci consapevoli che il destino avverso può essere contrastato dalla nostra umanità e che ogni debito può essere ripagato. “Un Malavoglia ripaga sempre il suo debito”.

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