‘La voce umana’ al Brancaccino: un dramma dell’abbandono

‘La voce umana’ al Brancaccino: un dramma dell’abbandono
La voce umana in scena al Brancaccino fino al 30 ottobre

Il Brancaccino di Roma accoglie la celebre opera teatrale di Cocteau ‘La voce umana’: il dramma di un abbandono raccontato attraverso le ultime parole che una donna ancora innamorata scambia con il suo uomo via telefono. Formalmente un dialogo, lo spettacolo si presenta di fatto come un monologo della protagonista (interpretata da Carmen Giardina) con il suo ex-amante presente idealmente dall’altra parte della cornetta telefonica. ‘La voce umana’ nella versione in scena fino al 30 ottobre mostra chiaramente come il testo, anche dopo l’interpretazione della Magnani, abbia ancora molto da dire al suo pubblico.

Lo scorrere del tempo nella ‘Voce umana’ di Marco Carniti è l’equivalente di un processo d’analisi, di un progressivo venire alla luce di quelle debolezze cupe che all’inizio sembravano assenti solo perché mascherate dietro bugie apparentemente innocue. Ne risulta un illuminismo al contrario, che più mette a nudo la psicologia interna alla protagonista, più crea un’atmosfera distorta e asfittica a cui fa da parallelo il sostituirsi delle luci elettriche sul palco a delle candele funeree: quasi un cedere della modernità ad una dimensione più primitiva, intima e solitaria.

Una delle virtù dello spettacolo al Brancaccino è il presentare una reinterpretazione efficacie del testo del 1930 nella società attuale. “Ho trasportato l’amante dolorosa di Cocteau in una dimensione contemporanea – afferma Marco Carniti, il regista – incastrando il personaggio nell’ingranaggio emotivo infernale di una routine quotidiana. Una ‘donna sull’orlo di una crisi di nervi’ che, straziata per l’abbandono dell’amante, vive in un suo spazio fermo nel tempo, invasa dai mezzi di comunicazione”. La messa in scena sembra infatti suggerire come il rumore prodotto continuamente dai sistemi di informazione attuali abbia finito per sostituire gli sbalzi di una rete telefonica ancora nascente come quella di Parigi di inizio ‘900 a cui Cocteau si riferiva. Lungi dal configurarsi come progresso, la televisione, le telefonate, i sistemi di messaggeria istantanea e di videochiamata sembrano affermarsi sul palco come una forma, tutta attuale, di disturbo della comunicazione – o come disturbo di quell’unico dialogo, tra i tanti, che ci è vitale.

Emblema sensibile del dramma in corso e del suo messaggio è la colonna di lavatrici che troneggia al centro del palco: un simbolo familiare e al contempo straniante, ambiguo perché concretizza sia la volontà di ritornare ad una normalità rassicurante, sia la sua stessa impossibilità. Il tentativo da parte della protagonista di mostrarsi forte di fronte alla rottura imminente si scontra contro una paralisi emotiva per la quale cui il corso della quotidianità non le offre alcun riposo.

Una delle pulsioni primarie che muovono la protagonista è infatti quella di porre rimedio all’avanzare nella sua vita del nulla nelle vesti della fine di una relazione amorosa in cui aveva gettato tutta se stessa. La scelta che allora si impone alla protagonista si riassume in due alternative secche: l’accettare il dolore infinito della separazione o lo svuotare se stessa, anestetizzarsi con il tranquillante di un passato carezzevole e di una routine ordinaria dove tutto rischia di divenire movimento automatico, espressione di una vita solo apparente. Anche se il finale sembra suggerire una decisione tra le due possibilità, nondimeno lo spettacolo oscilla costantemente tra una disperazione montante e il tentativo altrettanto disperato di frenarne il moto sostituendogli una normalità e un ordine tutto apparente.

Eccellente la prova di Carmen Giardina che sostiene benissimo l’evoluzione lenta e complicata del dramma in un monologo di più di un’ora che gestisce con maestria incarnando sapientemente tutte le sfumature psicologiche che si impongono nel carattere della protagonista. Inizia quindi con una lucida ed emozionante analisi del mondo contemporaneo la rassegna ‘Spazio del Racconto’: un’occasione offerta al pubblico dal Brancaccino per riflettere e dare voce al tempo e alla realtà in cui viviamo con spettacoli teatrali, laboratori, incontri con gli autori.

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