Il racconto d’inverno, ottima ricetta per un impasto unico di farsa e tragedia

Il racconto d’inverno, ottima ricetta per un impasto unico di farsa e tragedia
racconto d'inverno

Lo spettacolo ha debuttato al Silvano Toti Globe Theatre di Roma lo scorso 26 agosto

In una Sicilia immaginaria e un po’ diafana, due re, due fraterni amici, il siculo Leonte (uno splendido Alessandro Averone), e il boemo Polissene (Gianluigi Fogacci), trascorrono lietamente le ultime ore del lungo soggiorno (giusti nove mesi), del boemo ospite nella reggia di Leonte, e della di lui dolce consorte, la bella Ermione (fuori scena, una regale Carlotta Proietti), agli ultimi giorni di gravidanza (nove mesi, giustappunto) e quasi al parto, ma sollecita e amorevole con l’amico regale. Strattonato da Leonte e blandito da Ermione, il Polissene cede alle insistenze della regina, concedendo di rimandare ancora la sua partenza.

Equivocando le ragioni dell’amico boemo, e più che dubitando dell’onestà della moglie, Leonte è improvvisamente travolto dalla gelosia, arrivando a convincersi, in un soliloquio nervoso e vibrante, che la figlia in arrivo non sia sua.

Senza concedersi dubbi (né concederne ad altri), che ancora intorno gli ragionano e suggeriscono prudenza, in un crescendo incalzante, prima trama d’uccidere l’ex amico fraterno, poi innanzi alla fuga del boemo incarcera la moglie e infine condanna all’abbandono (se non al rogo) la neonata Perdita (di nome e di fatto). E non siamo nemmeno ad un terzo del primo atto.

Mentre i suoi affetti naufragano uno dopo l’altro, Leonte è sempre più solo, avvolto dal manto velenoso dei suoi  cattivi pensieri, e la tragedia si infosca sempre più, in una spirale di dolore autoinflitto, spezzata all’occorrenza (e per buona salute dello spettatore) grazie al giusto soccorso di provvidenziali guitti e buffoni: prima Cleomene e Dione, autentica coppia di geniali idioti, emissari del presso l’oracolo di Delfi, e tornati con la teste vuote e la pance piene di corbellerie e facezie ghignanti. Poi l’eclettico e picaresco Autolico (un seducente e ipnotico Stefano Santospago) sedicente furfante, ramo borseggi, raggiri e truffe spicciole, che a margine delle tragedie reiterate, ricama con sfacciata ironia le sue reiterate bravate.

E via a seguire per un altro atto abbondante, tra colpi di scena e cambi di scena, grandi pentimenti e grandi sentimenti, canagliate da due soldi e miracoli tra due mondi (Sicilia prima, Boemia poi), abbandoni e ritrovamenti, agnizioni e afflizioni. Insomma  di storia ce n’è tanta, troppa per starla qui a riassumere: lieto fine compreso.

Anche perché, in fondo, niente cambia e tutto cambia: cambiano i nomi dei personaggi, spesso aulici, echeggianti di leggende di dei ed eroi, e cambiano i nomi dei luoghi (qui nel Racconto sono la Sicilia e la Boemia, altrove la sanguigna Aragona o il favoloso Marocco) che sono toponimi di comodo per designare degli ‘altrove’ più o meno evocativi. E così cambiano i panni vestiti dai protagonisti, gli splendidi costumi di Cappellini & Licheri, drappeggiati con oculata noncuranza addosso a re e buffoni, e cambiano i casi della vita e della storia, che avviano e animano la vicenda. Ma in tutto il teatro shakespeariano a restare immutato è lo sguardo – tra ironico e partecipe – sulle umane vicende e sul destino che ci cuciamo addosso giorno per giorno, con le nostre piccole e grandi scelte (e fughe).

Questa messa in scena del ‘Racconto’ di Elena Sbardella è molto fedele al testo, quasi letterale, filologica. E dunque non si sottrae a quell’improvviso e repentino vorticare di destini incrociati e sentimenti scontrati, che è consunstanziale nelle commedie e nelle tragedie del Bardo: la regia non concede pause, né tregua, né deroghe: che tragedia sia e resti. E in questo forse qualcosa si perde: perché un’interpretazione così decisa e rigorosa, finisce quasi per lasciare tanto e poco sulle spalle dell’attore: tanto perché il gigantismo dei sentimenti deve piegarsi al realismo della recitazione; poco perché ne soffrono le sfumature, le intonazioni.

Ci vuole il fisico, il carisma, certo, per star su quasi tre ore, e rendere credibili quei toni e quel declamare, quel rabbioso ingiuriare e poi quell’affliggersi e pentirsi. Il dramma, si sa, è un dramma. E allora tutta la vicenda, e tutta la carica narrativa, emotiva ed etica, fanno perno su Leonte, e Alessandro Averone che ne veste i (bellissimi: vedi sopra) panni, tiene testa, si carica sulle spalle tutta la commedia, affiancato da pochi altri comprimari veri: sferzato da una graffiante e dolente Paolina (Ludovica Modugno), cortigiana di rango e di coraggio, l’unica a difendere come leonessa sul campo l’onore della sua regina; amato e tradito dal più che fedele Camillo (un Pietro Montandon misurato quanto espressivo), che sarà Camillo due volte, una per il re siciliano, ed un’altra (simmetrica e meno tragica) per quello boemo, alla fine Leonte/Averone può quindi felicemente traghettarci, nella notte agostana, da tragedia a farsa e ritorno.

Il Racconto quindi si conclude così, con Leonte che raccoglie intorno a sé nel finale i ‘pupi’ di questo teatrino siculo-boemo che lui stesso, in fondo, ha messo in movimento sulla scena della sua gelosia e del suo rimorso. E tra musiche dal vivo e un vorticare infine lieto di colori, in questa coda d’estate soffocante si chiude il Racconto d’inverno.

 

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