“Per non morire di mafia”, trent’anni di lotta alla mafia in uno spettacolo teatrale

“Per non morire di mafia”, trent’anni di lotta alla mafia in uno spettacolo teatrale

16 dicembre 1987. «Abbiamo vinto». È ciò che disse il giudice Giovanni Falcone a Giovanni Paparcuri nel giorno della sentenza pronunciata contro Cosa Nostra. Giovanni Paparcuri, di professione autista, era sopravvissuto al tritolo che nel 1983, in via Pipitone Federico, a Palermo, aveva ucciso il giudice Rocco Chinnici. 36 giorni di camera di consiglio, 19 ergastoli, 2665 giorni di carcere per i principali boss di Cosa Nostra, 114 assoluzioni. Una vittoria dopo anni in cui della mafia si negava anche l’esistenza. Determinanti furono all’epoca le dichiarazioni rilasciate dal pentito Tommaso Buscetta, dichiarazioni che servirono a definire la struttura unitaria e verticistica dell’associazione mafiosa. «È con il Maxi Processo che il lavoro di Falcone e Borsellino diventa verità giudiziaria» racconta l’ex procuratore antimafia Pietro Grasso, giudice a latere anch’egli coinvolto in prima persona nel Maxi Processo. Una vita non facile quella di Grasso, che ha più volte raccontato quanto temesse per la vita dei suoi cari, più che per la propria; una vita sotto scorta, il ritratto di un uomo che ha deciso di ipotecare la propria libertà per il raggiungimento di uno scopo più alto, la difesa della libertà di tutti. Grasso ha rinunciato ad una vita “normale” da quando ha coraggiosamente intrapreso la lotta alla mafia in Italia e, quando gli si chiede se ha paura, la sua risposta è uno scrollare le spalle, schiudendo un sorriso, per affermare di sentirsi solo un po’ “meno libero”. L’intenso spettacolo “Per non morire di mafia” nasce proprio dal promemoria di Pietro Grasso, convinto che, per contrastare la criminalità organizzata, sia necessario avere la percezione esatta della sua pericolosità. Un monologo vibrante di un uomo  che ha messo la sua vita in prima linea per salvare la speranza di un futuro possibile. In questo spettacolo, fortemente voluto dall’attore Sebastiano Lo Monaco e accolto con grande commozione e ovazione di pubblico al suo debutto al “Festival dei Due Mondi di Spoleto”, vengono proposti in versione teatrale le riflessioni e gli interrogativi che l’ex Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, attuale Presidente del Senato, si pone nel suo libro “Per non morire di mafia”, scritto con Alberto la Volpe, Sperling & Kupfer, 2009.

L’attore e regista siciliano Sebastiano Lo Monaco presenta in questo spettacolo, in scena dal 23 al 28 febbraio al Teatro Ghione di Roma, il volto più cupo e drammatico della sua terra: quello dei morti ammazzati, dell’illegalità diffusa, dell’omertà. Sebastiano Lo Monaco e Pietro Grasso arrivano a condividere la stessa necessità, quella di restituire una testimonianza umana e professionale, elaborando un evento che si colloca nel rito collettivo dell’incontro tra il teatro e la società civile e dando vita ad un vero e proprio progetto/spettacolo contro il silenzio, per far parlare, discutere, reagire.

Chiara risulta la ragione per cui Grasso ha autorizzato l’adattamento teatrale della sua biografia. Il regista, infatti, porta in scena la vita di un uomo coraggioso che ha deciso di impegnare la sua esistenza nella lotta alla criminalità e che, così facendo, ha messo a rischio se stesso e la sua famiglia. Ne nasce il ritratto di un uomo scrupoloso, capace di rapporti profondi, come quelli instaurati con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con cui condividerà gli stessi obiettivi.

«Se Falcone e Borsellino teorizzarono che per combattere la mafia è necessario conoscerla, il loro “erede”, a sua volta impegnato per più di 30 anni contro la criminalità organizzata, aggiunge che oggi per contrastare la mafia è indispensabile avere la percezione esatta della sua pericolosità, soprattutto nel tentativo di parlarne alle coscienze dei più giovani. Uno spettacolo che trae il suo interesse dalla capacità di sollecitare domande, analisi e una maggiore consapevolezza negli spettatori. Il grido del personaggio in scena è rivolto alle coscienze: su di esse vuole suscitare una presa di posizione e l’assunzione di una speranza possibile che possa dare corpo ad un’utopia per le nuove generazioni. Un monologo quindi che riconduce il teatro alla sua funzione civile ed evocativa. Un teatro capace di disegnare gli uomini, di delineare esperienze di vita che possano divenire modelli. Un teatro che senza intellettualismi vuole dare un contributo al recupero di un senso della civiltà».

Parte dello spettacolo è incentrato proprio sul maxiprocesso che ebbe inizio il 10 febbraio del 1986, esattamente 30 anni fa, periodo in cui furono comminati 2665 anni di carcere ai trecentosessanta colpevoli.

Forte è il messaggio che questo spettacolo vuole lanciare: anche il teatro può aiutare a non morire di mafia, si può diffondere la battaglia alla legalità anche da un palcoscenico. Di mafia tutti ne parlano, ma nessuno meglio di Pietro Grasso sa come e che cosa, forse, si può e si dovrebbe fare “Per non morire di mafia”.

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