“Rebetiko Gymnastas – Esercizi allo scoperto” Vinicio Capossela al Teatro Bellini di Napoli

Il Teatro Bellini di Napoli, il 14 e 15 novembre 2012,  si è trasformato in una taverna greca dove la musica e la malinconia hanno inebriato gli animi dei presenti in sala. Dopo le fatiche del mare, con Marinai, profeti e balene, il gitano errante Vinicio Capossela sublima la penisola ellenica con un ormeggio del tutto personale e la rebetika. Una musica nata a cavallo tra il XIX e XX secolo nei tekedes, ritrovi musicali dei bassifondi delle città greche, dove si fumava hashish e si bevevano alcolici.  Canzoni “fuorilegge”  (pare che il termine rebetika o rembetika, derivi forse dal turco rembet che significa appunto fuorilegge) che  raccontano di disagi e sciagure in modo passionale, triste e a volte ironico.Nei rebetikos l’amore sinestesico viene musicato con l’ausilio di bouzouki, baglamàs, tzouràs, chitarre e violini,  per far sì che l’estasi della mente si unisca all’unisono a quella del corpo  in “un tempo senza tempo”.  Perdersi in questa malinconia è d’obbligo per chi ha bisogno di ritrovarsi nell’entropia dei propri quid.

La visionarietà poetica del cantautore di Hannover , con origini irpine,  arriva al pubblico in modo rapido trasportandolo, con la musica e la danza, nel suo “intimismo” ed in quello del popolo greco. L’errare della mente diventa una vera e propria liberazione dell’animo con effetto trascinante e struggente e la sua essenza musicale fa da scaturigine ad un vortice di sensazioni che, partendo dagli ascoltatori, si perde nella notte dei tempi. “Il rebetiko – spiega lo stesso Capossela – è musica nata da una catastrofe, da una grande crisi e da una colossale migrazione. Da allora ha sempre avuto un contenuto eversivo, ha portato in sé il cromosoma della ribellione, della rivolta individuale.
Rebeta viene dal turco rebet, ribelle,colui che meno si tira indietro quando le città vanno a fuoco. Il rebeta è uno che non si sottomette al meccanismo del consumo e che semmai cerca la sua bellezza altrove. Scrive John Berger che la musica iniziò dal grido che lamenta una perdita. Il rebetiko è una musica che lamenta quello che tutti noi abbiamo perduto, una musica che non dimentica le sue origini. Si officia in luoghi chiusi, dove si beve e si privilegia lo struggimento individuale. E’ musica che viene dal basso, che si condivide a tavola, come un’eucarestia”.
Il progetto musicale Rebetiko Gymnastas è un disco “suonato in greco”  con un’identità culturale che va oltre le contingenze dell’attualità, ricco di nostalgia e nel ricordo di luoghi elegiaci. Registrato negli studi Sierra in Atene su nastro analogico, contiene quattro inediti (Rebetiko Mou, Misirlou, Abbandonato, Cancion de las simples cosas), una ghost-track (Come Prima, inedito duetto italo-ellenico dell’originale di Tony Dallara) e otto classici del suo repertorio che lui ha rivestito con gli abiti della rebetika: Gymnastika, (in russo, l’originale è di Vladimir Vysotskij),  Contrada Chiavicone e Morna (da Il ballo di S.Vito),  Con una rosa e Contratto per Karelias (già a sua volta rivisitazione in italiano del brano rebetiko Fragosyriani di Markos Vamvakaris), Corre il soldato e Signora Luna  (da Canzoni a Manovella),  Non è l’amore che va via (da Camera a Sud) e Scivola vai via (da All’una e 35 circa).
Favolosamente anacronistico questo album ha in se i tre paradigmi classici della persuasione: Pathos, Logos ed Ethos. Passione e sentimento, razionalità e metodo interpretati musicalmente con maestria e destrezza dall’oratore Capossela che sul palco del Teatro Bellini è stato accompagnato da: Vassilis Massalas alla chitarra ed baglamas, Ntino Chatziiordanou alla fisarmonica e all’organo Farfisa, Dimitri Emmanouil alle percussioni, Manolis Pappos insigne solista del bouzouki, Glauco Zuppiroli al contrabbasso e Giancarlo Bianchetti alla chitarra. Un teatro che  per l’occasione è stato trasformato in un rock-club eliminando le poltroncine rosse che caratterizzano la sua platea. “Le poltrone dal teatro le togliamo non perché io sia capriccioso. È necessario.
La musica popolare rebetika richiede di avere le mani e i piedi liberi. Però è anche piena di merletti adatti ai velluti del bellissimo Bellini. Una volta in platea si ballava, si mangiava. In questa musica è meglio non attaccarsi troppo alla poltrona, come dovrebbe essere in politica e nella vita”. (Vinicio Capossela) Il suo tono di voce, i suoi gesti, il suo vestito e la sua immagine sul palco erano tutte improvvisazioni probabili nella Grecia degli anni 20. Napoli alla stregua di Smirne, Costantinopoli, Salonicco oppure  del Pireo (Porto di Atene) di quegl’anni. Dal pianoforte, come per incanto spartiti vecchi come seppelliti dalla polvere prendono aria. Il rebeta Capossela, indossati baffi lunghi, con la giacca infilata solo a sinistra ed abbandonata sulla spalla, si siede al pianoforte  fingendo di fumare un narghilè sotto l’effetto dell’hashish.
Le luci basse d’altezza, disposte dall’ acuto guardiano dei fari Francesco Trambaioli, creano un’alchimia  momentanea mostrando l’uomo ellenico  soggiogato dalla droga e dai vizi. In scena la sensibilità di un’artista raffinato, di grandi capacità interpretative ed una realizzazione musicale perfetta. L’intimismo personale dell’artista continua con la danza. Sul palco accenna ad uno zeibekiko ed una serie di passi su un tempo di 9/8. Un ballo triste che nasce da un senso di insoddisfazione  dove l’espressione fisica mostra la disperazione della vita interiore di un uomo, incapace di accettare le cose tristi della vita.
Una denuncia candida e trasparente di una persona che non si vuole adattare a quello che ha e a ciò che si ritrova ma consapevole che:  “infine la tristezza è la morte lenta delle semplici cose queste semplici cose che cadon dolendo sul fondo del cuore” Perché  “semplice è l’amore e le semplici cose se le divora il tempo” (Canción de las simples cosas)

Monica Pezzella
17 novembre 2012

 

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