CIMITILE – Le vie dei Santi – Vinicio Capossela

Il 21 settembre, in occasione del Pomigliano Jazz Festival 2012, si è tenuto presso le Basiliche Paleocristiane di Cimitile (NA) il concerto di Vinicio Capossela dal titolo: Le Vie dei Santi. “Il titolo, dice Capossela, allude a Chatwin perché effettivamente mi è parso di capire che in quel luogo s’incrociano tre percorsi di santità, legati ai nomi di Paolino da Nola, di Gennaro e di Felice, santi in un’epoca in cui essere cristiani non significava certo stare dalla parte del potere.
Santi rivoluzionari, potrei dire, e tutti in questo luogo incredibile, all’ombra del primo campanile della cristianità: un luogo in cui, anche prima del cristianesimo, si manifestava qualcosa. L’uomo ha qualcosa di divino, qualcosa che forse non si spiega e forse non sale al cielo, ma resta qui sulla terra, magari lungo le vie su cui vigila qualche beato».
“Il Capitano”, per l’occasione, è stato accompagnato sul palco da Vincenzo Vasi (theremin, vibrafoni, voce fantasma), Alessandro Asso Stefana (chitarra, banjo, harmonium), Zeno De Rossi (batteria), Mauro Ottolini (trombone, conchiglie delle Antille), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Dimitri Sillato (violino) e da alcuni membri dello storico gruppo calitrano “La Banda della Posta”, tra cui Rocco Briuolo and Sons (mandolini) e Virginio Tenore (tammorra). Ospite d’eccezione “Ciccillo” ( Francesco di Benedetto ), lo storico ristoratore citato nella canzone Al veglione che ha intonato con impostazione da tenore: Core ‘ngrato (una canzone napoletana scritta nel 1911 dall’emigrato calabrese Alessandro Sisca (detto Cordiferro).

Sul palco l’istrionico e portentoso Capossela, tra frasi mistiche e racconti sui Santi, ha intrattenuto il pubblico con spirito contemplativo creando un ponte tra cielo e terra. Uomini consacrati da una legge religiosa ed animati dall’amore di Dio, i Santi, sono raccontati da un uomo dei nostri tempi tra miti paleocristiani, culti personalizzati e magagne umane. Per ogni Santo c’era un racconto e per ogni racconto una canzone. E per dirla alla Capossela “ un euro … una canzone” un tormentone, coniato la sera stessa, che tra sorrisi e racconti è ritornata spesso come intercalare nei discorsi. Un repertorio vasto, fantastico ed irreale, quello proposto dall’emiliano di Hannover.
Sulle note di “La marcia del Camposanto” a luci filtrate è entrato in scena presentandosi al pubblico con un abito da “moderno” predicatore dei primi decenni del Novecento. Tutt’altro che bigotto, intonando l’ultimo viaggio del defunto, “E lo portaron al Camposanto gonfio di birra, senza rimpianto se lo portaron seduto in trono quattro becchini al passo lento del perdono”, proiettandosi sul pavimento, sul finale, simula la morte “la luna venne col suo manto nero gli tolse gli occhi, gli tolse il pianto che non portasse l’amarezza dentro il campo”. L’arte dell’omiletica c’era tutta: invenzione, disposizione ed esposizione. Di fronte alla comunità riunita, come un’attuale profeta, senza giudicare nessuno, preferendo la narrazione al giudizio, con ironica visione della realtà e spogliato dallo sguardo della fede, ha “riesumato” alcune vecchie ballate e canzoni popolari per dar potenza emotiva allo spettacolo. Il nuovo si è mescolato con il vecchio tra forza, debolezza, fede e superstizione.
Dal suo personale trattato di antropologia sono emersi San Liborio (protettore dei malati di calcolosi renale ed anche dei cornuti volontari), San Canio (protettore di Calitri), San Francesco (protettore degli animali), San Nicola (protettore dei bambini, dei naviganti, degli scolari ed anche degli avvocati), Santa Barbara (protettrice contro i fulmini e le morti improvvise e violente), San Giuseppe da Copertino (il santo degli studenti), San Martino (patrono dell’Arma di Fanteria dell’Esercito e degli amanti sfortunati), Santa Lucia ( protettrice degli occhi e dei ciechi), Sant’ Antonio Abate (protettore degli animali domestici). Tra elementi storici e racconti popolari con “Dalla Parte di Spessotto” ha sottolineato il suo credo: “dove si parla di quelli con i peccati da regolare e le penitenze da sistemare e di noi che non siamo più figli del cielo, ma di quei farabutti di Adamo e di Eva (…)”. L’oceano Oilalà, Maraja, Arri Arri, Il Lamento dei Mendicanti (Matteo Salvatore), u cant du ‘navgant (di Enzo Del Re), S.S. dei Naufragati, La Madonna delle Conchiglie, Ingiuriata (con la Banda della Posta), Campo di fiori, I proverbi paesani ( di Matteo Salvatore), Non trattare, Vostro Michelagnolo dalla Turchia, Al Colosseo, Il Ballo di San Vito, L’Uomo Vivo, Ehi Cumpari, Occhi Neri, Che coss’è l’amor?, Al Veglione, Sante Nicola ed Ovunque Proteggi si sono susseguite con zelo coinvolgendo il pubblico che, non resistendo alla tarantella ed alla pizzica, ha iniziato a ballare forse per effetto della “tarantola” che è in ognuno di noi.
La tradizione affidava difatti al veleno di questo ragno effetti diversi, a seconda delle credenze locali: malinconia, convulsioni, disagio psichico e fisico, agitazione e sofferenza morale. Particolarmente efficaci, durante la festa dei Santi Pietro e Paolo, le terapie coreo-musicali che, mediante la danza, provocavano l’espulsione del veleno. Non è stata letale la sostanza iniettata ai “ Rebetici” presenti perché il pubblico con”L’uomo vivo” è resuscitato.
Plasticamente Capossela racconta la confusione della festa che si celebra a Scicli in provincia di Ragusa nella chiesa di Santa Maria la Nova quando viene portato in processione per le vie della città un Cristo di legno: “Barcolla, traballa, sul dorso della folla, si butta, si leva, al cielo si solleva, con le tre dita la via pare indicare, nemmeno lui, nemmeno lui sa dove andare”. Il “Gioia” è un uomo come noi.
Compiuto il suo destino, finito il calvario, torna sollevato dalle pene e dal dolore pronto a festeggiare. Festa è stato dunque l’epilogo del concerto che si è concluso con un messaggio ancestrale preciso sull’amore. Con una versione delicata di“ Ovunque proteggi” si abbandona il mercimonio e si osannano i valori del matrimonio: “In ricchezza e in fortuna, in pena e in povertà, nella gioia e nel clamore, nel lutto e nel dolore, nel freddo e nel sole, nel sonno e nell’amore. Ovunque proteggi la grazia del mio cuore”.

Monica Pezzella
24 settembre 2012

 

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook