Sul concetto di volto nel figlio di Dio, il dubbio per continuare a vivere

David Ludwig Bloch, pittore ebreo deportato a Dachau, dipinse un piccolissimo quadro molto eloquente: il piazzale dell’appello del campo di concentramento, gremito di prigionieri terrorizzati ma ordinati sotto “Gli Occhi” dei fasci di luce delle torrette di controllo. Gli “occhi” erano tanti e precisi. Ma il pittore si chiede “dov’è l’occhio di Dio, dov’è Dio”? E molti hanno aggiunto: dove erano gli uomini?

Gli “uomini”, almeno l’altra sera al Teatro Parenti, c’erano tutti. Tutti interessati a dimostrare con la loro presenza che la lezione è stata capita, che ormai si sa che “chi brucia libri finisce col bruciare uomini”. Prima che per lo spettacolo di Castellucci, sono venuti per senso “civico” e per la libertà.

Il lavoro di Castellucci, Sul concetto di volto nel figlio di Dio, inutilmente e volutamente “profanato” da forze ben precise nelle scorse settimane, non ha nulla di blasfemo o di offensivo. Lo spettatore si trova davanti una scena quasi asettica, bianca, linda, pulita. Un letto bianco sulla destra, un tavolo bianco con sedie bianche al centro e dietro, leggermente spostato sulla sinistra, un divano in pelle bianca con vicino un tele.

Un vecchio con una vestaglia bianca, è seduto sul divano e sembra ancora interessato a seguire la cacofonia della vita che un freddo televisore gli rimanda tra suoni spezzati, parole incomprensibili ed immagini veloci; in realtà però, non sente e non vede nulla, ormai cristallizzato com’è nella sua realtà di vecchio malato, incontinente, incapace finanche di articolare frasi con senso compiuto. Entra il figlio, lo saluta amorevolmente, gli parla. Non ci sarà un grande dialogo perché il figlio conosce la situazione del padre.

Le corte frasi sono però premurose, cariche di una tenerezza ancestrale, pesanti per la
disperazione che il figlio sente crescere dentro di sé davanti alla decomposizione reale e metaforica del corpo del padre. E tuttavia continua, quasi meccanicamente ad accudire e lavare questo padre-figlio che si insozza continuamente di feci con cui imbratta tutto il candore circostante. Il tutto, sotto lo sguardo della gigantografia del volto di Dio dipinto da Antonello da Messina.

Finché davanti all’ennesima scarica di escrementi, davanti all’ennesimo “sfregio” che questa macchia nera di lordura lascia sul bianco della scena, il figlio sente l’inutilità del suo lavoro, del suo credere, della sua coscienza. Egli si avvicina allora alla gigantografia per cercare la voce del Cristo ma sente solo un immenso frastuono. E lo sguardo del Cristo, distaccato anche se pieno di benevolenza, cosi puro, cosi certo nella sua incertezza, comincia a macchiarsi di nero quasi che l’inchiostro delle pagine delle scritture perdano il loro valore e si sciolgano davanti al dubbio del figlio. E poco dopo la tela della gigantografia si annerisce, si squarcia, si lacera per lasciare spazio alla domanda che appare in carattere stampatello: Signore , tu (non) sei il mio pastore.

E paradossalmente, in quella parentesi è racchiuso il problema che Castellucci consegna allo spettatore, il dubbio, il peso talvolta intollerabile della libertà di scelta; ma anche la curiosità, l’intelligenza, la voglia di far si che la coscienza non si addormenti.

Al Teatro Parenti fino al 28 gennaio 2012
Via Pier Lombardo 14 Milano
Tel 02-59925206

Raffaella Roversi

27 gennaio 2012

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