Terra Promessa: briganti prima, migranti dopo

di Raffaella Roversi

Al Teatro Parenti per festeggiare il 150° dell’ Unità d’ Italia uno spettacolo di Marco Baliani in scena dal 4 al 9 ottobre

Il teatro Parenti di Milano rende  omaggio a quel sogno politico di uomini di stato, artisti e intellettuali, che ha portato alla realizzazione del regno di Italia. E lo fa lontano dagli inni patriottici, dagli stendardi e dal tricolore. Lontano dall’Italia “pubblica”che ha messo a tacere ieri come oggi le voci minori. Lo fa proprio dando vita, con parole  ed immagini ad una di queste, quella del brigantaggio, all’interno del quale si ritrova, a tutt’oggi la malattia originaria del nostro paese che ha fondato la sua unità su questa incomprensione sociale e culturale che sa di disfatta.

Lo spettacolo è di Marco Baliani e Felice Cappa, con la drammaturgia di Maria Maglietta. Baliani ci accompagna sul palco, sul cui sfondo sono proiettate le immagini dei luoghi aspri dove si sviluppò questo fenomeno, spesso descritto come miseria, miseria estrema e disperata, tra Lucania e Basilicata, proprio là dove  Cristo non è arrivato. Si perché ancora una volta  Cristo si è “fermato ad Eboli”. Come Carlo Levi nel suo libro testimonia la presenza di un altro tempo all’interno di quello che amiamo definire “nostro tempo”, ritraendo una massa contadina che vive in una condizione arcaica ma al contempo in una straordinaria “civiltà” contadina, cosi questa pièce ci porta dentro “un altro” tempo, quello  dei briganti e nei loro cuori. Cuori che si sentono “cristiani” per la prima volta quando si uniscono ai garibaldini, perché  si sentono fiduciosi nelle promesse di riscatto proclamate da Garibaldi.

È la voce di Crocco, il temuto brigante, a  parlare, ma parla per tutti loro. Lui, cafone, capraio, si è dato alla macchia e aiutato dalla popolazione, deruba i  Borboni  quando può. Ma poi arriva il risorgimento e la Storia inciampa nella sua umile vita. Succede in poco tempo ed un giorno si ritrova a marciare fianco a fianco col barone, coi borghesi, isolani e continentali. Marciano tutti insieme, al grido di libertà ed indipendenza; il pane ancora non c’è, le tasse sono alte, le terre ancora dei feudatari; ma questa volta, il pane arriverà, assieme alla terra promessa.

Il popolo è sovrano, dicono i garibaldini, e cosi sembra, anche a Crocco che ha lasciato i boschi e torna a vivere in paese dove tutti lo salutano. Il sogno continua con il plebiscito, dove anche i cafoni sono chiamati a votare. Borboni o Savoia? Per  Crocco e la sua gente, lo stato è sempre stato un destino avverso, che ruba, porta via braccia, sementi, bestie, ma questa volta sarà diverso . Viva l’Italia quindi e Viva i Savoia.

Ma poi ci sono le prime elezioni legislative; il “popolo”  eleggerà i rappresentanti della nuova nazione. Potrà però votare solo l’1,9% della popolazione, la parte ricca e alfabetizzata. E cosi la Storia riprende il suo corso, costellato da pietre miliari di tradimenti,guerre, ingiustizie. E si porta con se Crocco che capisce che ancora una volta non c’è posto per la gente come lui neanche nel nuovo stato che comincia l’annessione con un atto di forza sparando sui figli della miseria. Ad accompagnare le parole del narratore in scena, compaiono su due grandi schermi cinematografici altri personaggi che fanno parte del mondo di Crocco anche se non briganti. Saranno tutti perdenti, contadini, ragazze del popolo, piccoli borghesi, rei solo di essere figli del grande e povero Sud. Ma dov’è allora la “terra promessa”? Forse oltre il grande oceano che a miglia solcheranno nella speranza di trovarla”.

 

8 ottobre 2011

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