Ascanio Celestini, cosa significa oggi raccontare

Ascanio Celestini, cosa significa oggi raccontare
Una scena tratta da Radio Clandestina (Fonte: Ascanio Celestini su Facebook)

Come si racconta oggi una storia? Se questa è la domanda, la risposta è certamente Ascanio Celestini. Nell’era del digitale e della ricerca spasmodica di oggettività, sembra che il raccontare storie sia ormai una pratica da rilegare al passato, un passato che come unico mezzo di condivisione delle conoscenze aveva l’oralità e che solo così poteva trasmettere il suo patrimonio culturale alle generazioni successive. L’attore e drammaturgo romano Ascanio Celestini è però l’esempio di come il racconto orale sia ancora oggi uno strumento molto potente, che solo attraverso la voce e la memoria ricostruisce storie e testimonianze passate con l’intensità di chi non tenta sempre di distillare il dato puramente descrittivo da quello più poetico e creativo, ma mantiene una qualche vivacità.

Celestini è stato il primo artista a tornare in scena in Italia dopo lo stop agli spettacoli dal vivo dovuto all’emergenza sanitaria che ha investito il nostro Paese. Allo scoccare della mezzanotte del 15 giugno infatti, Celestini è salito sul palco del Teatro Sperimentale di Pesaro riproponendo uno dei suoi pezzi più significativi, Radio Clandestina, assumendo a simbolo la data che segna la ripartenza dello spettacolo dal vivo e celebrando senza ulteriori indugi il rapporto unico e insostituibile che si instaura quando il pubblico e l’artista si ritrovano finalmente vis-a-vis.

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Il ritorno in scena di Ascanio Celestini al Teatro Sperimentale di Pesaro (Fonte: pagina Facebook Ascanio Celestini)

Storie di vita

Celestini è da sempre una delle personalità più veraci ed originali del teatro di narrazione nostrano, che si è fatto spazio sulla scena romana degli anni Zero attraverso racconti e storie di vita che legano le atmosfere della tradizione orale alle tematiche sociali e politiche più rilevanti degli ultimi decenni.

Non solo attore e drammaturgo ma artista a tutto tondo: regista, scrittore, cantante, cantautore e cantastorie. La poliedricità di Celestini risalta in ogni sua performance, che nasce da lunghi studi e da un intenso lavoro di reperimento dei materiali. Uomini comuni quanto straordinari quelli raccontati dall’artista romano, storie di vita e di morte, di amore e di lotta, in un intreccio continuo tra presente e passato, impegno civile e sentimento popolare, il tutto sviluppato su uno sfondo dalle sfumature fiabesche che ricorda i vecchi racconti attorno al focolare e ci riporta alle atmosfere di una generazione passata.

Un connubio tra realtà e finzione, che nella forma del monologo e del soliloquio si oppone all’archetipo del racconto moderno, più critico e generalmente tendente all’oggettivo. È invece liquido il raccontare di Celestini, dai molti personaggi e dai molti luoghi, dalle molte storie e testimonianze che s’intrecciano l’un l’altra e si lasciano osservare da più prospettive senza mai sacrificare la coerenza o la veridicità del racconto, ma lasciando aperta una finestra sulla varietà dell’esperienza umana e sull’eredità dei tempi passati che si innestano nelle società presenti.

Storia di vita

Ascanio Celestini racconta di essersi avvicinato al teatro durante gli anni dell’università, inserendosi poi nel panorama drammaturgico romano alla fine degli anni ’90 con Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini prodotto assieme a Gaetano Ventriglia. Di qui inizia una carriera in continua ascesa, il cui apice si esprime in spettacoli del calibro di Scemo di guerra e Radio Clandestina, ancora oggi molto apprezzati (e attualmente disponibili su YouTube).

L’autore ha spesso sottolineato l’influsso che hanno avuto su di lui le storie della nonna e del padre Giulio, da un lato racconti tipici della tradizione orale popolare romana e non, dall’altro vere e proprie storie di vita, esperienze vissute in prima persona come quelle del Sor Giulio che ai tempi della guerra era ancora un bambino. Ciò che Celestini propone è quindi una crasi armonica fra queste due forme: un racconto che ricorda tempi lontani ambientato in luoghi estremamente vicini, storie di uomini e donne che nell’ordinario delle loro vite hanno lasciato segni di straordinarietà e che in situazioni straordinarie ci ricordano la natura semplice che accomuna ogni uomo.

Come ogni storia che si rispetti, anche le storie di Celestini si rendono passibili di interferenze, cambiamenti, rivoluzioni, amnesie, tutti tratti che prendono forma concreta nei monologhi attentamente studiati e falsamente maldestri, e che nella sottigliezza che divide finzione e realtà raccontano più di quanto essi stessi non dicano. Un richiamo alla memoria e alla sua infinita potenza creativa, testimone di un passato alle spalle ma attivo nel presente, all’interno del quale si modifica e si afferma in forme sempre nuove che non snaturano il senso della memoria ma contribuiscono alla creazione di nuovi significati.

Celestini si serve non solo di testimonianze dirette, ma anche di fonti scritte e d’archivio, registrazioni, foto, luoghi fisici, tutti elementi che riempiono il vuoto di scenografie praticamente assenti: quattro lampadine in Radio Clandestina, una sedia e una parete riflettente o qualche rudere per Scemo di guerra e Fabbrica. L’artificio non è infatti visivo ma si ritrova nel fiume di parole e di azioni raccontate, che non possono lasciare indifferenti ed evidenziano come determinate storie di vita abbiano valore per sé stesse, anche su uno sfondo scarno.

Un lavoro attento e preciso, che nell’atmosfera di una favola racconta realtà spesso truci e drammatiche, dando voce (letteralmente) ai molti cui una voce è mancata o è stata negata: la condizione operaia, le azioni partigiane, la Roma giovane capitale, il comunismo, il fascismo, il capitalismo, la pace e la guerra. Queste solo alcune delle categorie, raccontate nella loro semplicità senza mai scadere nel banale.

Il passato riemerge come fatto ma anche come espressione, nel dialetto e nelle massime popolari che romani e non conoscono bene seppur lentamente stiano svanendo dal linguaggio comune. E in tutto questo, in questo mare di fatti ed eventi spesso tragici, una nota di umorismo che incalza lo spettatore, crea contrasti e rincuora laddove la violenza e la discriminazione prendono il sopravvento ma non distruggono ciò che c’è di più umano, la resistenza.

È dunque questo l’obiettivo che Celestini raggiunge in ogni suo spettacolo: riportare alla dimensione del gioco ciò che non va dimenticato, operando una sintesi che conserva la serietà dei fatti ma esclude la seriosità che spesso appiattisce (per perbenismo, ipocrisia o vergogna) eventi e destini infausti. In fondo è anche questa la missione della memoria, non statica descrizione ma dinamica realtà che ogni giorno si ricrea identica e diversa, da osservare con coscienziosità e raccontata con solenne leggerezza.

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