Il costruttore Solness, una non-apologia del self-made man

Il costruttore Solness, una non-apologia del self-made man
Una scena de Il costruttore di Solness (Fonte: Teatro Eliseo)

La recensione di Il costruttore di Solness

Partito dal nulla e arrivato al nulla, passando per il successo, la ricchezza, il potere. Nel dramma che Erik Ibsen scrisse nel 1892, Solness (Umberto Orsini) è un costruttore, un edificatore: lasciato il suo segno nelle chiese solenni, nei campanili svettanti che ha realizzato, e abbandonata poi l’altezza e la verticalità dei suoi edifici, si dedica ora a costruire ‘case vere per gente vera’, mentre demolisce la sua vita personale e sterilizza gli affetti superstiti.

Sedotto e intimorito dalla forza della gioventù che lo circonda e lo incalza, e che sente sempre più mancare in sé, Solness si circonda di giovani donne all’apparenza adoranti, ma spesso manipolatrici, da cui cerca di trarre conferme alla propria vita.

Una vita, quella di Solness, letteralmente fondata sulle ceneri della sua tragedia familiare: spietato nella ricerca del successo, sprezzante verso i deboli che non hanno saputo resistergli, la sua traiettoria esistenziale di imprenditore, di padrone inesorabile, di marito apparentemente sollecito, nasce dal “provvidenziale” incendio della sua casa, che porta alla morte i suoi figli neonati e alla impotente disperazione della moglie, per finire nella ricerca dell’espiazione, con la morte.

Il costruttore di Solness
Umberto Orsini ne Il costruttore di Solness (Fonte: Teatro Eliseo)

Dramma a forti tinte, in cui Ibsen sviluppa i temi della solitudine del potere, dell’incomunicabilità e della rinuncia agli affetti, “Il costruttore Solness” è teatro della riflessione, cupa e disperata, sulla colpa e sulla vecchiaia, su quel lento e inesorabile cammino che ci avvicina – giorno dopo giorno – alla morte fisica, biologica, anagrafica, ma che soprattutto sembra allontanarci inevitabilmente dalla vita: cioè le emozioni, gli affetti, la capacità di intesa, sensibilità, complicità con chi è intorno a noi. Cicatrici esistenziali che si stratificano e si sovrappongono, senza mai riuscire a chiudersi, lasciando le nostre ferite per sempre esposte, pulsanti, senza che nulla si possa fare per risolverle: nulla, salvo forse la rinuncia finale, il sacrificio della propria vita.

Di fronte all’ennesima illusione, sospinto dalle fantasie infantili della giovanissima Hilde ma consapevole di non avere più destino davanti a sé, Solness libera dalle proprie angherie la giovane coppia che si ostinava a trattenere presso di sé (lasciandola forse ad un suo qualche miglior destino), e nel suo ultimo cantiere torna a salire ancora una volta sulle impalcature precarie, verso quel Dio che ha spesso sfidato e a cui sembra rimettere il giudizio di sé.

Cupa, essenziale fino alla nudità, nascosta dalle ombre fredde disegnate dalle lame di luce che piovono dall’alto, la scenografia del ‘Costruttore’ è la prima cosa che colpisce e coinvolge lo spettatore. Tre alte torri mobili (spostate a mano dagli attori), grigie e prive di forma o disegno, che ruotano e traslano sul palcoscenico, ritagliando e limitandolo, e disegnando di volta in volta spazi scenici elementari, geometrici, soffocanti, in cui si muovono lentamente, quasi ieraticamente, i personaggi, che emergono dalla penombra quasi furtivamente, per poi tornarsi a nascondere dietro un angolo, una parete mobile o dietro una porta sottile. I gesti sono misurati, i movimenti di scena quasi inavvertibili, su tutto domina e incombe quel castello grigio e informe, che evoca perfettamente il destino di Solness.

Per contro lo spettacolo fatica a coinvolgere: troppo severa la recitazione, quasi stentorea e senza tante sfumature. Troppo rigidi i ruoli, nettamente tagliati addosso agli attori, pur bravissimi. Nel ‘Costruttore’, non soltanto non c’è spazio per la speranza (semmai solo per l’illusione, effimera), ma nemmeno per l’interpretazione, il ritmo, il gioco verbale, e, alla fin fine, per le emozioni. Tragico il testo e fin troppo tragica l’interpretazione che ne dà Alessandro Serra, finendo per eliminare ogni possibile umanità nei suoi personaggi, ogni ironia o sbavatura, rendendoli puri archetipi della tragedia.

A rendere ‘difficile’ e poco coinvolgente questo Costruttore è poi anche una certa slegatura tra scena e scena, forse figlia di quella mancanza di dinamica tra i personaggi: per cui l’azione – anche emotiva – si perde e e non si ritrova, e il dramma diventa quasi cronaca, successione di fotogrammi: iconici, sì, ma poveri di senso.

E così Il costruttore Solness di Alessandro Serra, nonostante l’evidente sforzo interpretativo degli attori, finisce quasi per essere un puro esercizio di stile, ricco di spunti drammaturgici, ma povero di forza narrativa, e poco o nulla evocativo. Peccato

Alcune informazioni su Il costruttore di Solness

TITOLO:  Il costruttore Solness
DRAMMATURGIA: Henrik Ibsen
REGIA: Alessandro Serra
CON: Umberto Orsini, Lucia Lavia
DOVE: Teatro Eliseo
QUANDO: dal 3 al 22 marzo
ALTRE INFO E BIGLIETTI: Sito ufficiale del Teatro Eliseo

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