‘Cyrano de Bergerac’, ancor vive l’eroe

‘Cyrano de Bergerac’, ancor vive l’eroe

«Fisico, filosofo eccellente.
Musico, spadaccino, rimatore,
del ciel viaggiatore,
Amante, non per sé, molto eloquente,
Qui riposa Cyrano
Ercole Saviniano
Signor di Bergerac,
che in vita sua fu tutto e non fu niente!»

 

Nei silenti spazi delle Stanze Segrete di Roma l’epitaffio del signor di Bergerac è inciso sull’ultima delle infinite lastre tombali che giacciono nel cimitero della memoria di questa opera immortale. Lo spirito di Rostand qui ritorna a vivere nel suo capolavoro grazie alla regia di Matteo Fasanella, alla sua quarta ripresa. Un successo che travalica le fatiche di un teatro oggigiorno frammentato, ma che ha il dono di celare in giro per il paese, dentro un oceano in tumulto, grandi perle di sublime valore. Il racconto dell’antieroe francese prende forma e lo spettatore può sentirsi libero di emozionarsi dinanzi alle vicende dello spadaccino dal naso prominente, follemente innamorato della cugina Rossana (Virna Zornan). Cyrano, incapace di confessare il proprio amore per via della sua bruttezza, decide di prestare la sua ars eloquentia al bello e impacciato Cristiano de Neuvillette (Matteo Munari), del quale la cugina sembra essere innamorata. L’amore silenzioso del prode guascone troverà finalmente voce attraverso le lettere da lui stesso redatte, dando a credere a Rossana che siano state scritte dal giovane Cristiano, originando così il triangolo amoroso più affascinante della storia della drammaturgia teatrale.

Matteo Fasanella è adattatore, regista e interprete del suo Cyrano. Al suo pubblico dona un testo estremamente rispettoso del verso, della rima ricercata e articolata all’interno di un fiume in piena di parole e romanticismo. Lo spazio contenuto del teatro da forza alla messa in scena. I suoi attori giostrano in maniera precisa e appassionata, a stretto contatto con il pubblico, il quale si troverà inevitabilmente attratto da un’intimità crescente e trascinante. Le luci riflettono l’intelligenza di sguardi persi nelle loro intenzioni e intime riflessioni. Ombre e sagome si ritagliano su teloni decadenti, grazie ai quali gli attori interagiscono e si divertono. La profondità è ampliata grazie a uno scaltro gioco di specchi; uno enorme, centrale, che riflette l’immagine dello spettatore, trasformandolo in un dipinto sensiente, testimone diretto di ciò che avviene in scena. La difficoltà di ricreare un’opera così colossale sta proprio nel riuscire ad adattare la sua maestosità agli spazi a disposizione. Lo spettatore è spesso abituato ad assistere a rievocazioni imponenti, con scenografie superbe e interpreti per ogni singolo ruolo. Questo Cyrano sfrutta tutto ciò di cui l’opera ha realmente bisogno: la parola. La parola è essenziale, incantevole, controversa. Essa si snoda tramite la potenza dei monologhi di Cyrano, della passione giovanile di Cristiano, della sensualità di Rossana, dell’albagia di De Guiche e della fiera amicizia di Le Bret. La parola ti esalta, facendoti giungere financo sulla luna, ma allo stesso modo ti annienta, come accade con la morte del protagonista. Nella mente di Fasanella la parola sembra essere tutto ciò che realmente occorre, racchiusa in una cornice elegante, dalle sinfonie antiquate e malinconiche. La recitazione degli interpreti è aggressiva, ruggente. Cyrano si pone dinanzi al pubblico con un lirismo collaudato che si scontra con il pragmatismo di Cristiano e la delicatezza di Rossana.
Un Cyrano che si piace nei toni e nelle inflessioni, non potendo egli indugiare tale piacere sull’aspetto, in particolar modo sul suo naso. L’antieroe romantico di Rostand qui si scontra con un De Guiche (Giuseppe Renzo) ottocentesco, ambiguo e sofisticato al punto giusto, capace di filtrare per mezzo del proprio rancore una fragilità quasi adolescenziale. L’assemblaggio scenico è sperimentato per dar forma ad una verticalità crescente e la scalinata che conduce all’ingresso della casa di Rossana è la montagna da scalare per il buon Cyrano. Una vita trascorsa nel tentativo di salirla e quando alla fine raggiunge la somma, ecco che si accascia e abbraccia la morte, esaltando se stesso in un ultimo slancio d’orgoglio autocelebrativo. Cyrano è uno sconfitto, un eroe bacchettato dal fato, che perde tutto. L’unica cosa alla quale persiste nel rimanere ancorato è la sua granitica dignità. Sulla scena si muovono tutti gli altri interpreti: Valerio Rosati propone un Le Bret leonesco, a tratti cavernoso, ma che non si disprezza per spessore e energia. Il Cristiano di Matteo Munari è di bell’aspetto, ma non per questo un damerino imberbe. I suoi atteggiamenti sulla scena risultano maturi e mai forzati. A dargli manforte c’è una Rossana serafica, leggera sia nella fisicità che nella parola. Virna Zornan tiene consciamente a bada un’energia potenzialmente indomabile, lavorando in modo misurato e elegantemente contenuto. Infine, ma di certo non ultimo per importanza interpretativa, c’è Alessandro Onorati. Quest’ultimo, oltre ad offrire un validissimo visconte Valvert, si mostra estremamente eclettico e polivalente, assecondando con scaltra abilità ogni impostazione registica.

Questo Cyrano è senza ombra di dubbio una trasposizione che può gloriarsi del successo ottenuto. La pièce di Rostand ha vissuto per mezzo di grandissimi interpreti e registi, anche nell’ultima decade. Tante forme, stesso fine. Questa versione si ritaglia una dignità tutta propria, nutrita dal cuore, dalla passione e dallo zelo di chi con fatica l’ha vissuta e continua a viverla. Questo Cyrano, alle Stanze Segrete, fino al 1 marzo 2020, è una perla che brilla come fosse una stella.

 

CYRANO DE BERGERAC

Dark Side Lab Theatre Company

Adattamento e regia di Matteo Fasanella

Con Matteo Fasanella, Virna Zornan, Matteo Munari, Alessandro Onorati, Giuseppe Renzo, Valerio Rosati

Costumi di Rita Forzano

Disegno luci di Francesco Meliciani

Aiuto regia Virna Zornan

Assistente alla regia Sabrina Fasanella

Ufficio stampa Marta Volterra HF4

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