Tutt’intera di Bartolini/Baronio. Cosa ci insegnò Vivian Maier

Tutt’intera di Bartolini/Baronio. Cosa ci insegnò Vivian Maier
Il duo Bartolini/Baronio al Teatro India (Fonte: Teatro di Roma, foto di Margherita Masè)

La recensione di Tutt’intera

Quando la settimana scorsa abbiamo assistito ad una delle repliche di Tutt’intera al Teatro India, ci siamo subito resi conto che davanti a noi era successo qualcosa di raro.
Gli applausi che chiudevano la fine dello spettacolo, oltre a suggellare l’autenticità e la compiutezza del rapporto performer-spettatore, suonavano un po’ nelle nostre orecchie come un vero e proprio monito di gratitudine nei confronti di Tamara Bartolini e Michele Baronio, la sincera riconoscenza nei confronti di due attori che hanno appena riempito un vuoto trasmettendo a chi guarda qualcosa di davvero prezioso, unico ed irripetibile.

Tutt'intera Bartolini/Baronio
Una scena di Tutt’Intera (Fonte: Teatro di Roma, foto di Margherita Masè)

Perché Tutt’intera – drammaturgia di Guillaume Poix – è davvero un ingranaggio che pare muoversi alla perfezione, in barba alla complessità del testo, alla sovrabbondanza di segni messi in scena, alla sempre audace scelta di voler parlare dell’attore (o all’attore?) e al suo doppio (o ai suoi doppi?).

Il palcoscenico per Bartolini e Baronio è una lavagna d’ardesia su cui imprimere tracce con gessi di colore e spessore diversi. La loro grammatica è quantomai consapevole e viene messa nero su bianco ricorrendo ad input di differente provenienza semantica: musica elettronica suonata dal vivo, giochi di luci ed ombre, voice over a sottolineare la distanza tra suono interiore ed emissioni esteriori.

È attraverso questa pluralità di linguaggi che il duo Bartolini/Baronio prova a ragionare sulla tridimensionalità di un’artista del calibro di Vivian Maier, fotografa americana divenuta, dopo la sua morte, un’esponente di spicco della street photography.
Una vita spesa come bambinaia. Mestiere che, si dice, detestava.

Tutt'Intera Bartolini/Baronio
Un autoritratto di Vivian Maier, autrice dei primi selfie della storia

Per Vivian Maier l’unica valvola di sfogo era la fotografia, praticata per tutta la vita durante i lunghi viaggi segreti che la babysitter intraprendeva tra un lavoro e l’altro. Il suo estro però non le venne mai riconosciuto, soprattutto perché buona parte dei rullini accumulati negli anni non furono mai sviluppati dalla donna, che invece li conservava in un apposito baule acquistato all’asta nel 2007 da John Maloof.
Volendo fare delle ricerche sulla città di Chicago, Maloof decise di comparare per circa 380 dollari l’intero box appartenuto alla misteriosa babysitter ed una volta stampate e messe in rete le fotografie, il mondo intero si accorgeva di un talento per troppo tempo rimasto nascosto. 
In Tutt’intera questa straordinaria personalità riprende corpo come fosse un’olografia, un fantasma che forse oggi faticheremmo a comprendere del tutto.
In un mondo abituato all’immediatezza del risultato, allo scatto fotografico come iperbole del reale, alla sovrabbondanza di segni (eccoli che ritornano…), la parabola di Vivian Maier è probabilmente emblematica di un passato che forse non potremo permetterci più. Ma che vale assolutamente la pena di essere tramandato.

Alcune informazioni su Tutt’Intera

TITOLO: Tutt’Intera
DRAMMATURGIA: Guillaume Poix
REGIA: Bartolini/Baronio
CON: Tamara Bartolini e Michele Baronio
DOVE: Teatro India – Teatro di Roma

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