Con il vostro irridente silenzio. Fabrizio Gifuni legge il memoriale di Aldo Moro

Con il vostro irridente silenzio. Fabrizio Gifuni legge il memoriale di Aldo Moro
Aldo Moro

“…con il vostro irridente silenzio avete offeso la mia persona, e la mia famiglia, con l’assoluta mancanza di decisioni legali degli organi di Partito avete menomato la democrazia ch’è la nostra legge…”.

Fabrizio Gifuni sceglie il titolo del suo reading da una delle ultime lettere di Aldo Moro, indirizzata al Segretario della DC Benigno Zaccagnini ma mai recapitata.

Lo stralcio è la summa intima della sua vita ed allora ecco che il tempo dedicato alla famiglia e quello dedicato alla politica, a servire il suo paese, appaiono allo statista senza veli, come se egli capisse per la prima volta il significato di fedeltà, di fratellanza.

Moro urla la sua rabbia per la seconda tortura cui viene sottoposto, perché quasi l’unanimità della stampa, dei segretari di partito e dell’opinione pubblica, quest’ultima abilmente pilotata, dicono che il Presidente della D.C. è pazzo, è drogato, è vittima della Sindrome di Stoccolma. Il lavoro di Gifuni – un po’ come era già accaduto nel ciclo di studi che l’attore aveva dedicato a Pier Paolo Pasolini – è in questo senso una sorta di recupero di certi fantasmi, che non hanno mai abbandonato del tutto la società italiana. 

Il perché ce lo spiega Gifuni prima di iniziare la rappresentazione: nei 55 giorni di prigionia Moro scrive ininterrottamente un centinaio di lettere, alcune recapitate e divulgate, altre recapitate e mai divulgate, la maggior parte mai recapitate dai brigatisti. Nel Memoriale Moro scrive le risposte che diede al processo rivoluzionario cui fu sottoposto dai rapitori e delle considerazioni personali sulla storia del nostro Paese dal dopoguerra al 1978 cui si aggiungono alcune disposizioni testamentarie.

Il testo, a partire dal 1990, è stato oggetto di profondi studi ma è come se fosse caduto nell’oblio.

Soggetti italiani ed internazionali temevano che Moro rivelasse segreti di Stato per salvarsi la vita, per cui quelle carte furono il vero oggetto della trattativa: importante era mettere le mani sul memoriale non tanto salvare la vita a Moro.

Fabrizio Gifuni in una foto di repertorio

Le Brigate Rosse divulgarono solo otto pagine allegate al comunicato n. 3 il 10 aprile 1978: il tema di quelle pagine verteva su di un politico di secondo piano, Taviani, oggetto incomprensibile ai più. Era un’invettiva violenta da parte di Moro, un messaggio cifrato come a voler dire “tiratemi fuori di qui, non so fino a quando potrò resistere”. Taviani, si seppe poi, era uno dei fondatori della struttura segreta denominata “Stay Behind” meglio conosciuta come “Gladio”.

Il resto del memoriale, mai diffuso dalle Brigate Rosse – anzi i nastri degli interrogati vennero distrutti come pure gli originali degli scritti e questo è l’unico perché rimasto senza risposta – venne ritrovato in due momenti. Il 10 aprile 1978 i Carabinieri del Comandante Dalla Chiesa fecero irruzione nel covo milanese delle BR in Via Monte Nevoso, e lì trovarono 49 pagine di dattiloscritti. Questo fatto non fece che confermare le bugie divulgate quasi cinque mesi prima: “Moro non è Moro”, “Moro è plagiato”.

L’ultimo ritrovamento risale al 9 ottobre 1990, un anno dopo la caduta del muro di Berlino, sempre in Via Monte Nevoso a Milano. Dietro ad una parete di cartongesso, oltre ad armi e denaro, vennero fuori 419 pagine, fotocopie dei manoscritti, senza ombra di dubbio scritti dallo statista pugliese.

Il palcoscenico è vuoto, disadorno. Nessuno sfondo, come a concentrare l’attenzione non su Gifuni ma sulla sua voce. Un perimetro segnato di bianco fa da contorno ad uno spazio con dei fogli sparpagliati in terra, segni di grida di aiuto dimenticate. Un passo, incerto, e si è dentro.

Dentro la prigione, negli inferi dell’incertezza, nella follia dell’antipolitica, nell’amarezza della scoperta degli “amici” di partito, nella certezza dell’amore della famiglia, nella fierezza dell’essere integerrimo, nella consapevolezza di essere diventato il capro espiatorio di una svolta politica costata la vita.

Gifuni sceglie, non a caso, brani di lettere e dal memoriale, intervallando, come a scoprire l’uomo nell’intimo e l’uomo politico, lettere ai suoi familiari e lettere ai colleghi di partito e alle istituzioni.

E un fiume di parole investe il pubblico, dapprima gli argomenti sono ben separati ma, mano mano che passano i giorni la politica, meglio i politici, entrano nelle lettere scritte alla sua amata Noretta e le invettive contro i suoi colleghi di partito si fanno sempre più incalzanti.

Non vuole morire Moro ma capisce che, spogliato del suo potere e diventato un prigioniero, nessuno vuole salvarlo. Né il suo grande amico Paolo VI “Tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo”; né i suoi colleghi “Vorrei restasse ben chiara la responsabilità della DC con il suo assurdo ed incredibile comportamento”.

Apre gli occhi, grazie anche alla condizione di prigioniero politico ed alle riflessioni su quella condizione che lo inducono a rivedere la sua esperienza umana ma soprattutto politica.

Nel riesame della sua crescita politica e su come l’esperienza dell’azione cattolica lo avesse trasportato in una nuova era politica non tralascia il ricordo dei colleghi di partito con una sconvolgente schiettezza lasciando per ultimo Giulio Andreotti cui riserva righe di disprezzo “Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’ insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un pò più, un pò meno, ma passerà senza lasciare traccia.”

E’ l’ultima sua lettera e le sue ultime parole chiudono anche la lettura, imponente e drammaticamente spossante. Gifuni, riemerge dalla prigionia, dismette i panni di Moro ed abbraccia virtualmente il pubblico con le braccia come ali.

Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.

Alcune informazioni su Con il vostro irridente silenzio

TITOLO: Con il vostro irridente silenzio
DRAMMATURGIA: Fabrizio Gifuni
CON: Fabrizio Gifuni
DOVE: Teatro Vascello
QUANDO: dal 18 al 23 febbraio

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