I ragazzi che si amano. Gabriele Lavia e il suo Prévert

I ragazzi che si amano. Gabriele Lavia e il suo Prévert

La missione di un buon critico dovrebbe essere indiscutibilmente quella di raccomandare o meno ad un pubblico pagante un prodotto personalmente collaudato. Non importa a quale categoria il prodotto appartenga, ciò che conta è che la presentazione venga offerta in maniera del tutto imparziale e entusiasmata da uno spirito propositivo e proficuo. Questa la premessa.

Il Teatro Eliseo di Roma ospita dal 18 febbraio al 1 marzo 2020 lo spettacolo I ragazzi che si amano, scritto e interpretato da Gabriele Lavia, sulle opere del poeta francese Jacques Prévert. Lavia rappresenta da tempo una delle più eccelse voci della scena italiana, regista e attore di invidiabile tempra artistica e inossidabile carisma. Purtroppo il suo indomito spirito attoriale incarna, personalmente, uno stile recitativo superato nella sua iperbolica ampollosità. Lo spettacolo è un one-man show intessuto da una dotta analisi dei capolavori del poeta transalpino. Il titolo omaggia il meraviglioso componimento omonimo dell’artista francese, Les enfants qui s’aiment. Il testo inscenato tuttavia non presenta una chiara linea narrativa e il senso racchiuso nel titolo si dissolve con lo scorrere dei minuti (che poi diventano ore). L’amore esaltato da due giovani innocenti, superiore a ogni pregiudizio e additamento, mostra mano a mano le sue immortali contraddizioni. Prévert nella sua sacra e imperturbabile semplicità scandiva versi soffici, intrisi di una profondità che toccava le corde più intime della natura umana. L’amore è candido e salvifico per i due enfants, poi muta, con altri versi, in violenta e carnale ossessione. Lavia passa da un componimento all’altro trattando di vita, morte, esistenzialismo, nichilismo dell’essere; citando stimatissimi luminari della filosofia universale, da Sarte a Heidegger, da Leibniz a Nietzsche, in un succedersi di micro scene dall’elegante impatto visivo. Un fiume in piena che non risparmia mostri sacri della pittura, attraendoli nell’orbita dello spettacolo, il quale però denuncia un’eccessiva e confusionaria euforia. Lo spettacolo si trasforma quasi in una lectio magistralis autocelebrativa, dove l’attore autore gigioneggia con il pubblico, ammiccando alle prime file con battute a sfondo politico non indispensabili e spesso fuori tema. Sovente pare di assistere a un soliloquio da elegante salotto letterario, dove un generoso Anfitrione intrattiene un pubblico affine, dal palato raffinato. Se Prévert si abbandonava al mite colore della semplicità per i suoi versi, qui Lavia tenta di innalzarsi grazie ad una tecnica che strappa applausi per robustezza e grinta, ma che altre volte, come detto in precedenza, risulta eccessivo, magniloquente. Come se ciò non bastasse, inoltre, lo spettacolo si protrae per quasi cinquanta minuti oltre il tempo inizialmente indicato (un’ora e quindici), anche se il pubblico, in apparenza, non ne è parso infastidito.

Si passa poi ai soffusi, ma nemmeno troppo, messaggi di denuncia dell’attore nei confronti della chiusura di certi teatri e della desertificazione delle sale cinematografiche. A tal proposito il sottoscritto rimanda il fedele e paziente lettore alla premessa fatta nel primo paragrafo di questo articolo. Il ruolo del critico è stato espletato in maniera esaustiva e imparziale. Ora tale ruolo viene momentaneamente sostituito da quello dell’attore, grazie al potere concessogli da questa generosa e libera testata. Il sottoscritto trova inconcepibile che artisti osannati e glorificati ormai da decenni possano trovare il coraggio di denunciare la chiusura delle sale, teatrali e cinematografiche, quando è altamente improbabile che questi possano mai patirne le infauste conseguenze. Il sottoscritto conosce fin troppo bene il baratro che separa un certo livello di teatro da un altro, talmente bene da sapere con ferma certezza che difficilmente i grandi teatri vedranno mai le sale vuote. Nonostante i prezzi esosi e un pubblico anagraficamente avanzato e sempre più elitario, i feudi del teatro nazionale continueranno a vivere, si spera per sempre. Oltre a ciò, i discorsi sulla chiusura per beghe amministrative non dovrebbero mai essere portati su un palcoscenico. Poi c’è l’altra faccia del teatro, gli altri artisti, quelli che non hanno un volto, quelli che patiscono la fame vera, figurata e non. Coloro che sono mossi dal desiderio saporito, ma dal retrogusto amaro, di arrivare a glorificare il proprio talento e le proprie idee. Sono questi ultimi che dovrebbero arrogarsi il diritto di salire su un palcoscenico e gridare a gran voce: “venite a teatro! Andate al cinema!” Invece annaspano in una fanga di anonimato e silenzio, affossati da un’aristocrazia artistica che non dà quasi mai scampo, né occasioni. I più talentuosi, se fortunati, riescono a evadere per qualche mese, facendo da personaggio di contorno a qualche senatore del palcoscenico: coloro che riempiono le sale. Gli altri tacciono, nelle loro piccole e dignitose platee vuote, a un tanto al giorno. Artisti che osannano un contratto come fosse la carta d’accesso per il Paradiso. Dio salvi le eccezioni! Va da sé che a fronte di un teatro italiano agonizzante, che si trascina carponi verso un domani indefinito, sarebbe assai gradito un cambiamento, un colpo d’ascia. Invece no. All’artista che detiene il potere, quello vero, in grado di rivoluzionare le cose, in fondo cosa cambia? Per questi lo spettacolo si trasforma a volte in una ghiotta occasione per impettirsi con lo spettatore, regalando qualche battuta alla buona e strizzate d’occhio al politico di una certa area, seduto in prima fila.

Chi lo sa? Chi può saperlo? Forse un giorno chi vi scrive si lascerà anch’egli sedurre dall’ammaliante superficialità della vana gloria. Ma fino a quel giorno la libertà di produrre arte ovunque e comunque non perirà mai; sia davanti a ottocento persone, in una sala cinematografica gremita, sia tra quindici, di cui nessuno sconosciuto. In fondo non è forse questo l’amore di cui parlava Prévert? Giovani che si amano al buio, incuranti del disprezzo, della boria, dell’invidia e della rabbia. L’arte è superiore quanto l’amore, alto nel cielo e felice, anche se qui in terra, in questa terra, quell’amore chiamato arte consuma le sue effusioni sulla carta e sulle tavole di un palco che in maniera ingiusta fa eco, non potendo chiedere di un pubblico l’applauso.

I RAGAZZI CHE SI AMANO
uno spettacolo di e con Gabriele Lavia
da Jacques Prévert
musiche Giordano Corapi
produzione Fondazione Teatro della Toscana
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