La commedia della Vanità. La recensione dello spettacolo al Teatro Argentina

La commedia della Vanità. La recensione dello spettacolo al Teatro Argentina
La commedia della vanità al Teatro Argentina

La recensione di La commedia della Vanità

La commedia della Vanità, al Teatro Argentina è la rappresentazione di una delle opere distopiche più raffinate del Novecento, una descrizione iperbolica quanto profetica dell’insinuarsi dei regimi dittatoriali e dell’emergere dei fenomeni di massa. Un omaggio all’omonimo lavoro del premio Nobel per la letteratura Elias Canetti che, concepito nei primi anni Trenta ma rappresentato solo a partire dagli anni Sessanta, esplora le sfumature dei rapporti di potere e la dicotomia singolo-massa, in una riflessione profonda sulla disperata ma costitutiva necessità dell’uomo di costruzione identitaria.

La regia di Claudio Longhi è al servizio di uno spettacolo in tre atti, che conta sul palco un totale di ventitré attori accompagnati da due musicisti, unica vera costante in una rappresentazione di eccessi e di cambi di prospettiva. Una piéce ricca, mordente, a tratti isterica, che ripercorre quella “favola nera” che, seppur ambientata in un luogo e un tempo immaginari, non può che richiamarsi ad un tempo e uno spazio fin troppo familiari.

La commedia della vanità recensione
Una scena dello spettacolo al Teatro Argentina (Fonte: Teatro di Roma)

In netto contrasto con le vicende drammatiche dell’opera, lo spettacolo si svolge in un’atmosfera circense, in cui si agita la storia degli oltre venti personaggi della rappresentazione, nella cornice di un regime emergente che dispone la distruzione di ogni mezzo di auto-rappresentazione allo scopo di estirpare il germe della vanità. Specchi, ritratti, foto, pellicole, tutto ciò che riproduca l’immagine degli uomini viene bandito dal regime e i produttori di questi ultimi mandati a morte. Dopo un primo atto contrassegnato dall’euforia scomposta della folla nel suo slancio contro la vanità, i personaggi saranno però costretti a fare i conti con il vero progetto del regime, la distruzione di tutti mezzi di auto-rappresentazione per la distruzione del senso stesso di identità.

Ispirato ai roghi dei libri perpetrati dai nazisti, lo spettacolo di Longhi si apre con il falò di immagini organizzato dallo stesso governo, al fine eliminare gli ultimi mezzi per rappresentazione di sé. Tra foto rubate e facchini che trasportano specchi, il regista presenta in questo primo atto tutti i personaggi della storia, in una sorta di parata carnevalesca agitata e scomposta in chi ognuno è intento a raggiungere il centro del palco, dove silenziosa campeggia una gabbia in attesa di essere chiusa. Al suo interno una pedana girevole che scompare oltre il fondale, una sorta di giostra di quello che pare un circo degli orrori. Una coreografia disordinata quella che vede susseguirsi sul palco personaggi eccentrici, a tratti eccessivi, con lo scopo preciso di Longhi di aprire una finestra su ognuno, caricatura di se stesso, in uno spettacolo studiato in più dimensioni che si svolge sul palco quanto tra le gallerie del teatro. In questa orchestra di voci e figure disomogenee, un solo elemento sembra accomunare tutti personaggi, che convergono verso il centro della scena con l’obiettivo di raggiungere il centro del palco ed entrare nella gabbia, oltre la quale si svolge la festa.

La commedia della vanità
Il protagonista dello spettacolo (Fonte: Teatro di Roma)

Il secondo atto impiega toni smorzati e più solenni. A dieci dal rogo delle immagini, la scena si permea di un’atmosfera depressa, vagamente aggressiva. Quasi tutti i personaggi de La commedia bramano ormai oggetti riflettenti, disposti a pagare a caro prezzo chiunque conceda loro qualche strumento per osservarsi. Ormai svuotati della loro stessa immagine, s’incontrano per specchiarsi gli uni negli occhi degli altri. Poveri e truffatori si aggirano per le strade della città, ormai chiamati adulatori da chi, volendosi vedere, ricerca qualcuno che possa descriverne i tratti.

Il secondo atto, per quanto più lento del primo, offre una metafora importante. L’impossibilità di auto-identificazione in un’immagine fisica preclude infatti la possibilità di auto-identificazione in senso proprio. L’auto-definizione passa così nelle mani degli altri, nei quali occhi ognuno si specchia.

Ciononostante, alcuni dei personaggi del dramma sono destinati ad ottenere dei vantaggi dal rogo d’immagini. Significativo è l’esempio del professor Schakerl, anello debole durante il primo atto che attraverso l’allontanamento dalla propria immagine subisce una trasformazione radicale, quasi disorientante. Zoppo e gobbo nel primo atto, nella seconda parte Schakerl riacquista l’equilibrio, da grave balbuziente si riscopre fomentatore di masse, capo di un quadrunvirato che ha per obiettivo quello di stanare gli illeciti e stabilire metodi di repressione. È questa l’evoluzione di tutti i personaggi che nell’opera di Canetti sono incarnazione di un qualche potere, una condizione questa certo non perenne che vede nell’arco dell’intero spettacolo più personaggi alternarsi fra gloria e miseria.

L’atto conclusivo si svolge a vent’anni dal rogo e porta alle estreme conseguenze gli effetti generati dalle scelte del regime. Pochi i personaggi che possano ancora rappresentare il potere, mentre la comunità esausta cade vittima della “malattia dello specchio”, che induce in uno stato catatonico dal quale si può uscire soltanto se posti di fronte alla propria immagine. Sorge su questa esigenza il sanatorio, clinica attrezzata con stanze di specchi e impianti che riproducono applausi predisposta all’accoglienza dei malati. Un’atmosfera ancora comica, ancora grottesca, nella quale i pazienti del sanatorio si trascinano tra i corridoi della platea in attesa del proprio turno e ognuno paga un prezzo in base ai servizi senza accorgersi che nel sanatorio c’è un’unica stanza, dove tutti i pazienti vengono raccolti indipendentemente da quanto pagato. Quelli che erano gli abiti caratteristici di ogni personaggio diventano casacche prive di colore e le personalità, così eterogenee e dirompenti come presentate nel primo atto, si fondendo all’unisono di un unico lamento. La voce, che già dal secondo atto è l’unico mezzo rimasto per identificarsi, prende ormai sfumature confuse e si mischia a tutte le altre. Lo spettacolo si conclude con uno specchio trafugato, poi rotto, infine sotterrato e un membro del regime che si osserverà nel suo riflesso. La statua innalzata alla fine del dramma sarà l’ultimo monito della potenza delle rappresentazioni di cui i leader di regime fanno da sempre utilizzo.

Claudio Longhi riadatta magistralmente un’opera complessa e impegnata, tessendo nella linearità della trama i dettagli di un trucco studiato, una scenografia satura, l’impiego di divise nascoste sotto gli abiti di scena. Mettendo in luce il carattere assolutamente premonitore (e terribilmente attuale) dell’opera di Canetti, Longhi ridisegna i confini dell’individualità ed esplora il bisogno dell’uomo di costruzione identitaria svelando la natura intimamente fragile di questo tipo di costruzione. Uno spettacolo denso, un gioco macabro di parti perennemente in sospeso fra il comico e il grottesco, l’assurdo e il fin troppo reale, che si dispiegano ne La Commedia della Vanità in una metafora dello snaturamento del principio di uguaglianza e denunciando feroce ogni diminuzione d’essere.

Alcune informazioni su La commedia della vanità

TITOLO: La Commedia della Vanità
DRAMMATURGIA: Elias Canetti
TRADUZIONE: Bianca Zagari
REGIA: Claudio Longhi
CON: Fausto Russo Alesi, Donatella Allegro, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Diana Manea, Eugenio Papalia, Aglaia Pappas,Franca Penone, Simone Tangolo, Jacopo Trebbi e con Rocco Ancarola, Simone Baroni, Giorgia Iolanda Barsotti, Oreste Leone Campagner, Giulio Germano Cervi, Brigida Cesareo, Elena Natucci, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Martina Tinnirello,Cristiana Tramparulo, Giulia Trivero, Massimo Vazzana.
DOVE: Teatro Argentina
QUANDO: dal 29 gennaio al 9 febbraio

 

Recensione a cura di Sara Ciancarelli

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