‘Si nota all’imbrunire’, la cinica filosofia della solitudine.

‘Si nota all’imbrunire’, la cinica filosofia della solitudine.

Fluttuante in un cielo di parole. Potrebbe essere  felicemente delineata con questa espressione la pièce dell’autrice e regista Lucia Calamaro. La Solitudine Sociale è sviscerata e impressa in questa commedia squisita, altresì ammorbidita da un esemplare lavoro di messa in scena.

Silvio è un uomo che si è autoinflitto una profonda solitudine, a dieci anni dalla morta della moglie e da tre vive in totale isolamento nella casa di campagna, nelle prossimità di un villaggio di poche anime. Il fratello e i tre figli irrompono nella perfetta monotonia della sua quotidianità, per commemorare il decennale per la scomparsa della madre. La solitudine di Silvio ha generato un profondo distacco dalle premure del mondo, facendogli sviluppare manie strambe e preoccupanti, come la voglia di stare sempre seduto e osservare la vita che scorre in una posizione privilegiata e per lui sacrosanta.

Silvio è un personaggio che suscita immediatamente simpatia, gradevolezza e la sua spiccata dialettica mette il pubblico a proprio agio sin dalle primissime battute. La freschezza dello spettacolo cresce anche grazie ai raffinatissimi segmenti di metateatro; complice un incredibile Silvio Orlando, il quale indossa le vesti del proprio personaggio con il consueto stile e uno straordinario controllo tecnico. Le figure che sciamano sulla scena arricchiscono il mondo di Silvio e lo smuovono dalla propria monotonia, o almeno è ciò che provano a fare; anch’essi rinchiusi in frenesie e comportamenti portati quasi allo stremo, al limite del patologico. Questa meravigliosa e inquietante deriva da parte dei parenti fanno apparire Silvio come la persona più misurata e normale della famiglia. Lui li osserva, li mal tollera, si dimostra sfuggevole e sfrontato, incapace persino di lasciarsi andare a gesti affettivi. Alla fine chi soffre maggiormente è lui, incatenato in un tedium vitae che non lascia scampo. La filosofia della solitudine e dell’attesa in principio divertono, ma come ci si aspetta nasconde in sé un dramma profondo e oscuro, rivestito da strati e strati di affilata e pesante ironia. Questo sentimento patito quasi in gran segreto emerge episodicamente nella contemplazione della memoria.

Gli attori in scena padroneggiano lo spazio e le proprie abilità tecniche con sapiente abilità, dando prova di enorme maturità e offrendo a più riprese momenti di altissimo teatro.  Il mondo del palcoscenico insegna che una grande prova attoriale deve andare di pari passo con un altrettanto valevole testo e qui di qualità su carta ce n’è da vendere. La prosa della Calamaro è seducente perché modellata con un linguaggio edotto, impreziosito da una strabiliante varietà di figure retoriche; mai ridondante e nella quale le parole e i concetti assumono un valore necessario. La geniale fragilità dei personaggi è il loro massimo punto di forza e il contrasto tra loro fa convergere l’intero spettacolo verso la psicologia delle debolezze umane. Silvio è il focus intorno al quale tutto si muove. Lui è l’osservatore della propria vita, quindi anche dei propri figli. La sua esistenza è come una frattura in un muro, ma in questo caso i ruoli si invertono e diventa Silvio stesso la crepa. A seguire ci sono i parenti: il figlio recluso in una prigione di precarietà (Vincenzo Nemolato), costretto a cambiare periodicamente lavoro; la figlia con l’ambizione della poesia (Alice Redini), emarginata in un limbo di plagi inconsapevoli e nevrotica frustrazione;  l’altra figlia (Maria Laura Rondanini), quella razionale in modo necessario e ossessivo. Una donna che ha condannato se stessa ad un rigore militare, ad una vita di noiosa e abitudinaria quotidianità. Infine il fratello (Roberto Nobile), angustiato dall’invecchiamento e in bilico tra stravaganti assurdità  e il magniloquente vezzo del citazionismo. I caratteri di questi personaggi magistralmente architettati dai loro interpreti gravitano magneticamente intorno a Silvio, il quale li studia con distacco e crescente insofferenza, ma al contempo ci si scontra, poiché anche lui è un equilibrista sull’orlo del baratro.  Ha relegato se stesso all’attesa, come realisticamente avviene per molti, che si autoinfliggono questa pena viscerale e silenziosa in una società fragorosa e sorda. Il concreto e l’immaginario si fondono, l’essere e il non essere, il detto e il non detto. Silvio non è più in grado di discernere un pensiero partorito nella mente da uno pronunciato ad alta voce, così come fatica a sciogliere i nodi della sua solitudine, tra nostalgia e abbandono.

Infine la scena di Roberto Crea si interseca con armonia alle luci di Umile Vainieri. I colori candidi e delicati mutano soavi in un gioco cromatico di assoluta bellezza. Il lilla, la lavanda, l’azzurro, dominano tutta la scena, filtrando all’interno di ampi finestroni, creando così un invisibile soffio dal quale gli attori possono attingere.

Si nota all’imbrunire è l’ennesima vittoria del Teatro Quirino, il quale lo incasella con enorme merito nella propria stagione 19/20, dal 21 gennaio al 2 febbraio. Un testo multiforme e concepito con astuta leggerezza, portato sulla scena da un gruppo di attori di indiscusso talento. Lo spettatore si troverà in presenza di uno specchio riflettente l’aspra tangibilità della solitudine, in uno scenario di pura, poetica e volubile umanità.

SI NOTA ALL’IMBRUNIRE

(solitudine da paese spopolato)

di Lucia Calamaro

regia Lucia Calamaro

con Silvio Orlando

e con (in o. a.) Vincenzo Nemolato, Roberto Nobile

Alice Redini, Maria Laura Rondanini

scene Roberto Crea

costumi Ornella e Marina Campanale

luci Umile Vainieri

produzione Cardellino srl

in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria

in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

 

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