“La grande magia”: ovvero come scegliere le bugie in cui credere

“La grande magia”: ovvero come scegliere le bugie in cui credere
I protagonisti sul palco del Teatro Argentina (Fonte: Teatro Argentina)

La recensione di La grande magia

Scritta nel 1948 da Eduardo De Filippo (e trascritta nella “Cantata dei giorni dispari”), La Grande Magia, oculatamente rivitalizzata dalla regia di Lluìs Pasqual e magistralmente interpretata, primi fra tutti, da Nando Paone e Claudio Di Palma, ancora ci sorprende  – dopo la bellezza di più di settant’anni – per la sua verve e per la sua pungente attualità, riuscendo abilmente a sfruttare (superandolo, quasi trasfigurandolo) l’ovvio triangolo della commedia borghese, lui-lei-l’altro.

Calogero (Claudio Di Palma) è marito inquieto, sempiterno e soffocante geloso della moglie Marta (Angela di Matteo), donna molto bella e molto insofferente alla mania di controllo del marito, ed ai pettegolezzi che ne derivano, tra gli ospiti dell’albergo in cui trascorrono le vacanze.

La Grande Magia
Una foto di scena (Fonte: Teatro di Roma)

L’occasione della fuga è fornita (e comprata) dal mago Marvuglio (Nando Paone), poco più che un fumoso imbonitore che, con i suoi compari tra il pubblico, deve svagare gli ospiti dell’hotel. Durante un numero di magie, il mago fa sparire (cioè fuggire) Marta, che scappa con il suo amante a Venezia: la portata della fuga coglie impreparato il mago, cui gli amanti avevano chiesto solo un breve incontro.

Per cavarsi d’impaccio con il marito sospettoso, Marvuglio è quindi costretto ad improvvisare: racconta a Calogero d’esser la moglie rimasta ‘intrappolata’ in una scatola, che gli consegna: se, non fidandosi, la aprirà, perderà la moglie per sempre. Solo aprendo la scatola con grande e sincera fede, Calogero potrà riaverla con sé.

Un po’ suggestionato, un po’ rassegnato, Calogero accetta il gioco del mago. Ma la cosa va oltre le aspettative, perché Marvuglio, sempre al limite della miseria, ne approfitta per sistemarsi a casa di Calogero, continuando ad alimentare il gioco, che si complica sempre più, passando dall’autoinganno del marito geloso, quasi alla psicosi.

Il marito tradito, infatti, vive recluso, senza mai separarsi dalla scatola magica. Non si chiede dove realmente sia finita la moglie Marta, e non si decide ad aprire la scatola. Passa invece il tempo ad almanaccare ragionamenti sempre più astrusi – continuamente alimentati da Marvuglio – distaccandosi sempre più dalla realtà, per lui ormai totalmente illusoria: il tempo, il denaro, le azioni ed i pensieri altrui (come i suoi stessi) sono ormai pura finzione, come un film, una pellicola che può svolgere e riavvolgere avanti e indietro a piacimento.

Finisce per non mangiare, né bere, né lavarsi o andare in bagno. E anche nell’epilogo – struggente – preferirà scegliere per sé la finzione, piuttosto che decidersi ad accettare la realtà.

La Grande Magia
I protagonisti sul palco del Teatro Argentina (Fonte: Teatro Argentina)

Il testo di De Filippo, così naturalmente vivificato e modernizzato da Pasqual, appena addolcito dalla sua poesia e dalle sue tenerissime iperboli, accosta per noi miseria e follia, genialità e ottusità: è la metafora scoperta, dichiarata, senza tempo, che racconta ancora oggi della nostra quotidiana condizione umana.

Eccoci, siamo noi tutti, siamo Calogero: giriamo intorno a noi uno sguardo cieco, fingendo di non vedere e non capire, perfezionando con l’abitudine la nostra visione scotomica, lacunare.

Se una cosa non piace, fa soffrire, disturba, e soprattutto vorrebbe obbligarci – prendendone atto davvero –  ad agire, a prendere posizione, ad esporci (non solo al ridicolo, come è il caso di Calogero) siamo lesti a tappare il buco, a coprire lo strappo nella nostra personale, idealizzata ‘realtà’.

Troppo spesso la toppa (che mettiamo, ignorandolo) è peggiore del buco, e la realtà (quella vera) chiude sempre i suoi conti, si sa. E qui, paradossalmente, è il momento più lirico della commedia: nell’estrema rinuncia – per il troppo male che ne avrebbe – alla realtà, atto definitivo di Calogero.

In scena Nando Paone e Claudio Di Palma sono affiatatissimi, i dialoghi scorrono con naturalezza e totale aderenza, tra scambi frizzanti, e momenti più lenti (e cupi).

Paone  è un Marvuglio che, certo, s’arrangia, tira a campare, si fa corrompere e si fa complice d’una tresca: ma sa anche di genialità, di inventiva, di suggestione, è un grande affabulatore, sarà lui a costruire e cucire per Calogero il gioco che lo salva dalla realtà.

Di Palma è un Calogero vittima di se stesso più che dell’inganno del mago: è amareggiato, rassegnato, ma anche rivendica il suo diritto a mentirsi, a nascondersi, a scegliere per sé il mondo in cui vivere: i toni, le sfumature, l’amara ironia, gli scatti di rabbia così come i momenti di follia, sono cuciti addosso e vestiti con passione, anche qui  con perfetta aderenza.

Con una scenografia minimalista, ma suggestiva, con i costumi azzeccati, di giusta misura (non “taglia” …), entrambi pure di Lluìs Pasqual, quest’amara favola borghese che è “La grande magia” convince e coinvolge, lasciandoci forse un pochino più pensosi, ma senz’altro colpiti e ammirati.

Alcune informazioni su La grande magia


TITOLO: La grande magia
DRAMMATURGIA: Eduardo De Filippo
REGIA: Davide Enia
CONNando Paone, Claudio Di Palma, Alessandra Borgia, Gino De Luca
DOVE: Teatro Argentina
QUANDO: dal 18 dicembre al 5 gennaio
ALTRE INFO E BIGLIETTI: Sito ufficiale del Teatro di Roma

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