“La cena delle Belve”, invito a cena col Nemico

“La cena delle Belve”, invito a cena col Nemico

L’anno è il 1943, la città è Roma: siamo in piena occupazione nazista, la casa degli orrori di via Tasso lavora a pieno ritmo, triturando corpi, vite e speranze d’un popolo ancora non desto. Ma tutto questo, per adesso è sullo sfondo. Siamo a casa di Vittorio e Sofia, si festeggia il compleanno della padrona di casa, un manipolo di amici di famiglia arriva alla spicciolata per una cena festosa, per dimenticare la guerra, là fuori. Eppure la guerra irrompe anche qui, a stravolgere la situazione, quando – proprio sotto quel portone – un attentato lascia morti due ufficiali tedeschi: la rappresaglia è immediata, uno a dieci, e venti persone saranno rastrellate come “ostaggi”, due per appartamento.

È un cortese ma inflessibile Komandant Kaub a presentarsi alla porta per esigere, anche dai padroni di casa, la quota di sacrificio richiesta dalla legge di guerra. Ma, conoscendo il padrone di casa, per un ambiguo riguardo nei suoi confronti, non vuole interrompere la bella festa, lasciando agli stessi invitati due ore di tempo per “scegliere” chi dovrà essere ostaggio, e chi vivrà.

Quel che ne segue è un teatro della paura, dell’egoismo e dei piccoli, disperati sotterfugi con cui ognuno dei presenti, nessuno escluso, cercherà – spesso assai poco nobilmente – di sottrarsi a quel destino, a qualunque titolo. Fino al colpo di scena finale.

Il testo è davvero molto bello, nella sua semplicità crea e sviluppa un meccanismo diabolico in cui, al grido di “si salvi chi può”, emerge tutta la paura, le sopite cattiverie e meschinità che ciascuno, in un’ipotetica tregua con il mondo, aveva accantonato. Eppure si ride, un black humour pervade la vicenda, in cui il sarcasmo di ognuno smaschera volta a volta le ipocrisie degli altri. Il testo originale è di Vahè Katchà (naturalizzato francese), da cui un primo film del 1964 (“Le repas des fauves”, per la regia di Christian Jaques) e il successivo adattamento teatrale di Julien Sibre prima e poi, finalmente, nella versione italiana del compianto Vincenzo Cerami (quest’ultimo spesso sceneggiatore di Roberto Benigni, prolifico autore di racconti e saggi sulle vicende criminali di un’umanità “minore”).

Sul palco un campionario della piccola borghesia di guerra: ci sono Vittorio e Sofia, padroni di casa (Ruben Rigillo  e Marianella Bargilli), c’è il giovane Pietro, tornato cieco dal fonte (Francesco Bonomo), l’esuberante e concreto borsanerista Andrea (Maurizio Donadoni), il pauroso dottore (Gianluca Ramazzotti), poi Vincenzo,  smaliziato – e omosessuale – professore di filosofia (Emanuele Salce) e infine Francesca, giovanissima vedova di guerra con simpatie partigiane (Silvia Siravo).

Ognuno di loro è un frammento dello specchio infranto della buona borghesia, del conformismo, dell’ipocrisia quotidiana che, messa alla prova dall’irrompere della guerra persino a cena, va in frantumi rivelando le viltà e le durezze di ciascuno. Le proveranno tutte, per salvarsi dalla rappresaglia, via via più disperati e avvelenati, senza più pudori né limiti, azzannandosi l’un l’altro, spingendosi reciprocamente verso la morte: perché qui il Nemico non è – come sembra a prima vista – il Nazista di turno, incaricato di rastrellare “ostaggi”. Il nemico è tra loro, e loro stessi ne sono ostaggi, preda fin troppo facile della propria ignavia.

La cena…” non è certo uno spettacolo facile, per interpreti e regia: il gioco tra dramma e farsa, su quel sentiero stretto tra humour e tragedia, è senz’altro non facile da tradurre sul palco, richiede equilibrismi continui e una totale padronanza delle sfumature nelle battute, nei toni, nei gesti. Perdonabili quindi, in questa messa in scena di Paola Rota, le animazioni di dubbio gusto utilizzate come sfondo di alcuni passaggi, e alcune acerbità da ammorbidire nelle interpretazioni, che restano comunque magistrali per Maurizio Donadoni (Andrea il borsaro nero) e Emanuele Salce (Vincenzo, il prof omosessuale), assolutamente naturali e credibili nella parte.

Regia: Paola Rota

Interpreti: Giuseppe Battiston, Maria Roveran

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