“Winston vs Churchill”: un Grande Uomo, e altre piccolezze

“Winston vs Churchill”: un Grande Uomo, e altre piccolezze

Ecco gli ultimi giorni di Winston Churchill, il politico, il leader, il mastino che non molla, l’antagonista più diretto di “baffetto”, al secolo (ventesimo) A. Hitler. Winston Churchill oratore appassionato, capace di una lucidità oltre i confini del cinismo, capace di scelte spietate, quando necessario. Praticamente un gigante della Storia, sul cui terreno, quello del conflitto aperto, tangibile, e della resistenza all’aggressione nazista gli altri leader (o “commander in chief”) della seconda guerra mondiale – tanto per non perdere memoria: F.D. Roosevelt, De Gaulle o Stalin – sbiadiscono irrimediabilmente.

Malato, ma ancora indomito; soggetto alla stretta sorveglianza della sua infermiera (niente alcool, un solo sigaro al giorno), ma ancora capace di sfidare e lottare contro pregiudizi e luoghi comuni; segnato dalla vita negli affetti più intimi, ma ancora saldo nei suoi valori, il Winston Churchill di Carlo Gabardini (suo il testo originale) fa i conti con se stesso, ma non si pente di nulla e non fa sconti, né agli altri. A tratti sornione, a tratti iroso e poi permaloso, un attimo dopo vanitoso e permaloso, lamenta i tradimenti senili della propria memoria, ma ritorna subito dolorosamente lucido (e senza pudori) nel ricordo della figlia Diana, suicidatasi dopo il secondo divorzio.

Sul palcoscenico una scenografia minimalista: la sua poltrona, una vecchia radio a valvole, un antico mappamondo che nasconde un mini bar, il tavolo di lavoro dell’infermiera Margherite (Maria Roveran). Dietro s’allunga una gran tenda da boudoir: nasconde gli altri (ipotetici) locali della casa di campagna, ne traspare il canto che accompagna alcuni passaggi della narrazione, fa da schermo per le animazioni proiettate.

In mezzo si muove Winston Churchill – Giuseppe Battiston – animato, loquace, iperattivo, a tratti convulso, mentre intorno passano, evocati dai suoi ricordi, i fantasmi della Storia e delle storie del Ventesimo, il secolo breve: Gandhi e la campagna militare di Gallipoli, Hitler e le minacce naziste, il premio Nobel (vinto da Churchill nel 1953). DI tanto in tanto la vecchia radio si riaccende, se ne leva la sua stessa voce, le parole sono quelle dei discorsi famosi (“l’ora più buia”, “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”,”li combatteremo sulle spiagge”), animati da una retorica vivissima e travolgente.

Quella scelta da Battiston è una parte non facile in un testo molto bello, ma niente affatto semplice: l’azione è ridotta al minimo, in pratica c’è una sola, lunga scena (circa un’ora e mezza la durata dello spettacolo), non ci sono altri personaggi che l’infermiera, persino i movimenti di scena sono quasi azzerati, perciò si gioco tutto sulla recitazione, la voce, i gesti, la mimica, in ruolo a tutto tondo, poderoso, quasi stentoreo. Anche la regia, per quanto detto sopra, ha ben poche leve da giocare. Ciononostante, e malgrado qualche evidente acerbità nel ruolo della comprimaria (l’infermiera, Maria Roveran) e nella messa in scena (non ultimo la gestione dei sottofondi musicali), la piéce offre molti spunti di riflessione, alcuni passaggi molto coinvolgenti e rimane senz’altro una bella prova di interpretazione per il protagonista.

Regia: Paola Rota

Interpreti: Giuseppe Battiston, Maria Roveran

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