“Così parlò Bellavista”, essere uomini d’amore o di libertà

“Così parlò Bellavista”, essere uomini d’amore o di libertà

Tratto dal romanzo omonimo (Luciano de Crescenzo, 1977), “Così parlò…” è stato prima un riuscitissimo film (1984, due David di Donatello), con lo stesso De Crescenzo nei panni di regista e interprete principale (Gennaro Bellavista), ed ora questa degna commedia, portata in scena da Geppi Glejeses, anche lui sia regista che protagonista.

Il gioco è quello del microcosmo napoletano, qui ambientato in un condominio signorile di via Foria, dove si raccolgono una galleria di personaggi caratteristici, non già macchiettistici ma dignitosi epigoni di una “certa” Napoli che fu (va a sapere se c’è ancora): in primis il portiere ‘titolare’ del palazzo (creatura mitologica metà uomo e metà sedia, Bellavista dixit), il portiere sostituto e il suo vice. C’è poi Rachelina, cameriera (anzi, “cammarera”) di casa Bellavista, popolana schietta (memorabile il suo duetto-duello con la lavastoviglie), ma a suo modo emancipata. Non manca l’anima del focolare domestico, donna Maria (una Marisa Laurito tutto pepe), moglie animata e animosa del Professore, pronta a polemizzare su tutto, ma determinante delle vicende familiari. Infine la cerchia dei “discepoli” di Bellavista, onorato pensionato scolastico, che si diletta di ospitare nel suo salotto casalingo volonterosi e un po’ ingenui, cui l’erudito Professore (Geppi Glejeses, affabile e un po’ ironico) , con dovizia di citazioni volentieri espone la sua teoria, che è leitmotiv e chiave di lettura un po’ di tutta la vicenda, l’ambientazione (Napoli, anni Ottanta) e il senso stesso del testo: nella vita si può essere “Uomini d’amore” o “uomini di libertà”.

 

Non è chiaro, o quantomeno non definitivamente, se per nascita o per crescita: se cioè dipenda da dove si nasce o come si cresce. Certo è che l’uomo d’amore ama i suoi simili, e mescolar visi: il concetto di privacy gli è estraneo, egli è tollerante e conciliante, non ha il culto delle regole, non ha mai fretta, e infine, ama il presepe come piccola comunità “in vitro”. Capitale (mondiale, badate bene) degli uomini ‘amore è, ovviamente Napoli. Diverso è l’uomo di libertà: riservato, distaccato se non diffidente, vive strettamente nelle regole (se non “delle” regole), in primis la puntualità (da cui la sua fretta costante), e last-but-not-least, al presepe preferisce senz’altro l’albero di Natale. Capitale mondiale è Londra, per l’Italia Milano.

Ecco, questo è il piccolo mondo di Bellavista, racchiuso e raccolto nel cortile del palazzo, tra le scale condominiali, le finestre “abitate” e pranzi e cene più o meno chiassose (bella – e versatile – la scenografia di Roberto Crea, compreso uno spericolato ascensore, con vista).

I suoi equilibri, quasi atavici, impliciti e immutabili, sembrano però minacciati dall’arrivo del milanese, frenetico e incomprensibile Dottor Cazzaniga: neo-direttore del personale dell’Alfasud di Pomigliano, è il classico pesce fuor d’acqua che – per contrasto – sottolinea il calore e l’umanità che lo circondano e in cui, insospettabilmente, finirà per ritrovarsi.

Lo spettacolo, come s’è scritto, onora degnamente sia il testo originale che il film successivo: del secondo, manca qualcosa nei ritmi, a tratti un po’ laschi (più per i cambi scena a volte un po’ complicati che per difetto di regia), con qualche inevitabile vuoto nel tessuto dei dialoghi.

Tutte comunque riuscitissime le interpretazioni e molto, molto curati i personaggi ‘minori’, in fondo i veri protagonisti di questa “foto di famiglia” di una Napoli inventiva e disarmante. Ognuno è un piccolo gioiellino: dallo spazzino sfaticato al tassista ingegnoso, dal cassamortaro assillante al bisnonno comatoso in sedia a rotelle (quasi una suppellettile di famiglia), dal poeta compulsivo all’esattore della camorra (“core ingrato”, per via del suo pacemaker…). Certo, siamo quasi alla macchietta, allo stereotipo ammiccante: ma la freschezza, la spontaneità coinvolgono e travolgono, e sottobanco passa, appunto, il senso e la dignità di un vivere degnamente “alla jurnata”.

Da vedere, magari senza troppi paragoni.

Regia: Geppi Gleijeses

Interpreti: Geppi Gleijeses, Marisa Laurito, Benedetto Casillo

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