IL BERRETTO A SONAGLI della pazzia | Pirandello al Teatro Quirino

IL BERRETTO A SONAGLI della pazzia | Pirandello al Teatro Quirino
Fonte: Teatro Quirino

Il Teatro Quirino di Roma ospita fino al 23 dicembre 2018 Il berretto a sonagli di Pirandello, diretto da Sebastiano Lo Monaco, con Marina Biondi, Claudio Mazzenga, Barbara Gallo, Giovanni Santangelo, Lina Bernardi, Maria Laura Caselli e Clelia Piscitello.

“Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel’insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza!

Cosa siamo disposti ad accettare per conservare le apparenze sociali? È questa la domanda nascosta nell’opera pirandelliana Il berretto a sonagli, tragicommedia in due atti scritta in dialetto siciliano nel 1916.

Beatrice Fiorìca è una donna ferita e arrabbiata, stanca dell’infedeltà del marito. Scoperta la relazione di quest’ultimo con la moglie del suo segretario Ciampa, si decide a denunciare il tradimento, convinta che sia il solo modo per tornare a essere libera e felice; quello che non sa è quanto poco importi agli altri di sapere la verità, quando tutto ciò che conta è conservare l’onore di famiglia.

Il sipario si apre su una scenografia essenziale, con il giardino di una dimora padronale nel primo atto e un interno borghese nel secondo. Si muove piangente e furiosa la signora Fiorìca, interpretata magistralmente da Marina Biondi. Si siede sulle longues chaises, si rialza. Inquieta ma anche salda e forte, decisa ad abbattere un velo d’ipocrisia che sembrano indossare tutti quanti, compreso il povero Ciampa, interpretato dallo stesso Sebastiano Lo Monaco. Il suo è forse il personaggio più drammatico dell’opera, un buffone tragico. Con la denuncia di Beatrice la sua vita va in pezzi, macchiata ormai dal disonore. Non resta che uccidere i colpevoli o costringere Beatrice a dichiararsi pazza.

Uno spettacolo travolgente, che ricorda agli spettatori quanto sia sottile il confine tra verità e apparenza, tra ragione e follia. L’individuo è continuamente costretto a difendere il suo prestigio sociale, il “pupo”, quel pupazzo con cui celiamo la misera realtà di ognuno di noi.

Sebastiano Lo Monaco realizza una mise en scène di altissima qualità. Si trattiene con il pubblico a fine rappresentazione, racconta alcuni retroscena. Si ride e si applaude e si fatica ad alzarsi dalle poltrone. È questo il simbolo più evidente di uno spettacolo ben riuscito: un pubblico ammaliato e turbato, incapace di ritornare alla propria quotidianità.

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