“La maladie de la mort”, all’Argentina una possibile autopsia del desiderio

“La maladie de la mort”, all’Argentina una possibile autopsia del desiderio

Liberamente tratta da un racconto di Marguerite Duras, quella messa in scena dalla Mitchell (per due sole date all’Argentina) è una piéce senz’altro molto provocatoria e molto politica. La trama è minimalista, quasi irrilevante: un uomo e una donna (forse una prostituta) si incontrano ripetutamente in una stanza d’albergo, anonima lei, anonimo lui. Negoziano regole e compenso: l’uomo vuole conoscere la ”Donna”, il suo corpo, il suo sesso, i suoi piaceri. Lei dovrà sottostare ai suoi voleri, quali che siano, obbediente, silenziosa schiava dei desideri – tutti da scoprire – di lui. In cambio, riceverà solo denaro, e nulla più.

Il resto è una sequenza di incontri erotici, sempre nella stessa stanza d’albergo anonima, più o meno gratificanti per lui, umilianti per lei. Nelle pause, nelle assenze di lei (ma non solo) lui si masturba guardando clip pornografiche su internet.

In scena gli attori sono vestiti quando devono essere vestiti, nudi quando devono essere nudi. Mimano accoppiamenti meccanici, amplessi a geometria variabile con vario (ma non fantasioso) utilizzo delle opportunità d’arredo offerte dall’albergo (la sedia, la doccia, il davanzale, ovviamente il letto…), rapidamente esaurendo le possibili iterazioni del gesto sessuale, reso assolutamente scabro e scheletrico, privo d’emozione e, alla fine , anche di desiderio (maschile).

Intorno, una troupe cinematografica (microfono ad asta, camera in handy cam, assistenti di scena) riprende quanto accade, riproiettato a nostro beneficio, in tempo reale, su un megaschermo soprastante il palco. I personaggi agiscono comunque, inconsapevoli o indifferenti alla presenza dei ‘tecnici’, i loro incontri diventano gli episodi un film pornografico che si dipana in bianco e nero sopra le loro teste, in una sorta di voyeurismo multiplo frammezzato  da spezzoni del mondo esterno.

Così, in una progressione alienata, scandita dalla voce narrante che accenna a pensieri ed emozioni, vissuti o immaginati, dei protagonisti, lei arriva, si spoglia, si sdraia, si china, si piega ai suoi voleri. Senza parlare, quasi senza gesti. Disumanamente.

Ma lentamente emerge in toto l’alienazione, l’aridità affettiva dell’uomo, vittima disperata di questo suo ultimo, estremo tentativo di eludere “la maladie de la mort”, ovvero la propria incapacità di amare, di esprimere emozioni, di empatizzare il vissuto della donna (che invece “fuori” ha un’esistenza, affetti, incontri). E’ quindi lui la vera vittima, di se stesso, certamente, e il ruolo della donna (o della Donna?) è qui solo quello di rendere evidente questa sua condanna. Lei se ne andrà definitivamente, da quella stanza, con i soldi pattuiti (metà subito, metà alla fine) e con la serena indifferenza di chi ha sempre saputo di essere più forte.

Al di là della forte carica provocatoria della messa in scena (la nudità continua, la pantomima sessuale assolutamente realistica, l’invadenza della troupe di ripresa, il rimando delle immagini in bianco e nero sullo schermo), il pezzo è fortemente politico, è al cento per cento un testo a tesi, senza scampo per l’uomo (oppure l’Uomo?), arrivando per amor di provocazione all’annichilimento, all’azzeramento di ogni possibile spazio emotivo, di qualunque riscatto. L’Uomo custodisce e difende solamente il proprio vuoto, la propria gretta povertà assoluta, il suo tentativo di relazione non può che esprimersi come pura prevaricazione (in primis economica: non ti posso amare, ti compro) e non ha scampo di fronte a questa verità immutabile, definitiva.

E’ quindi una visione abbastanza estrema della relazione uomo-donna. Per inciso, il breve romanzo omonimo, pubblicato nel 1982 da Marguerite Duras (citiamo tra gli altri “Hiroshima mon amour”, “L’amante inglese”, “Ah Ernesto”) trae ispirazione dall’infelice relazione tra la scrittrice e Yann Andréa, (divenuto poi suo segretario)  e dall’impossibilità di questi – omosessuale – di amarla. Non è difficile pensare che il romanzo, nato quasi come pamphlet e indirizzato alla presunta incapacità “congenita” d’amare, che sarebbe stata propria degli omosessuali, abbia tratto troppo dalla vita personale dell’autrice e troppo poco dalla sua capacità di guardare alle relazioni umane, così lucidamente espressa in altri romanzi e piéce.

Quali che siano la genesi e la fedeltà di trasposizione di questa “Maladie de la mort”, la Pièce può piacere o meno, le sue tesi possono essere condivise (non è il mio caso) oppure no, ma in ogni caso dà da pensare, anche se nella messa in scena – volutamente assai “impietosa” – finisce per scontare la stessa durezza del testo originale.

Regia: Katie Mitchell

Interpreti: Laetitia Dosch, Nick Fletcher, Jasmine Trinca (voce narrante)

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook