‘Arlecchino servitore di due padroni’: tre capolavori al prezzo di uno

‘Arlecchino servitore di due padroni’: tre capolavori al prezzo di uno

‘Arlecchino servitore di due padroni’ in scena dal 15 al 20 maggio al Teatro Argentina di Roma.

Non è facile raccontare un capolavoro, occorre cercare una distanza, una prospettiva. Quando poi si aggiunge un’interpretazione eccezionale, travolgente, occorre prendere qualche ‘riga’ di rincorsa, e guardare il contesto. Il “Servo di due padroni”, scritto nel 1745, in prima al Teatro San Samuele di Venezia l’anno successivo, nasce come pezzo di Commedia dell’Arte: non un copione, quindi, ma un ‘canovaccio’, una traccia, offerta ad ogni rappresentazione all’interpretazione degli attori.

Prima di Carlo Goldoni, commediografo veneziano e padre della ‘riforma’ che ne canonizzò regole e testi, il teatro era questo: interpretazione, invenzione continua, improvvisazione. Nel bene e nel male, un far teatro che soprattutto ascoltava la propria eco negli umori e negli applausi del pubblico, adattando la propria comicità (o drammaticità), i propri toni e ritmi – a volte modificando anche radicalmente la narrazione – all’accoglienza in sala.

Ma è proprio con il “servo” che Goldoni comincia a cambiare le regole del gioco, a crearne di solide, definite: nato come canovaccio, nelle riscritture successive il “Servo di due padroni” finirà per avere un testo consolidato, un copione per intero.

Questo testo, così effervescente e scoppiettante, questo testo così vistosamente ‘arrangiato’, quasi accalcato dietro un’idea esile di trama – subito travolta dalle smorfie e dalle piroette – che serve solo a giustificare gli equivoci, gli scambi, le gag clamorose e i travestimenti continui, in un’apparente confusione (che in realtà funziona come un orologio svizzero), questo “Servo di due padroni” traghetterà quindi il teatro dall’improvvisazione al testo organico, consolidato.

La trama, quella poca: coppia felicemente fidanzata, ex-promesso sposo creduto morto, che ricompare a guastar la festa (ma in realtà ne è la sorella), altro giovane amante, omicida suo malgrado ed ora fuggiasco ritrovato dalla sua bella (travestita da uomo, quello che lui ha ucciso), le ricche famiglie borghesi che litigano…insomma un vero pasticcio, un tessuto ritorto di finzioni – ma a fin di bene – che offre spunti senza fine per il nostro anti-eroe multicolore (Arlecchino, per Strehler, ma prima, per Goldoni, si chiamava – non a caso – Truffaldino) incapace di verità ma altrettanto incapace di malizia.

Schiavo delle sue brame…alimentari (affamato cronico, d’una fame naif, primitiva, smaliziata) si trova suo malgrado invischiato nelle altrui faccende, ritrovandosi appunto a servire due padroni, ignari l’uno dell’altro. Finirà ovviamente bene, per tutti e anche per lui (e per la sua pantagruelica fame).

La regia di Strehler però aggiunge – non bastasse tutto questo – un altro “strato”, quasi a voler ricordare affettuosamente i tempi e i modi di ‘quel’ teatro, del Settecento pre-goldoniano, della Commedia dell’Arte.

Ed ecco quindi la piccola, semplice magia: il ‘nostro’ palcoscenico ne ospita uno più piccolo (in realtà è quasi un ring da pugilato…), dove si svolge l’azione vera e propria. Intorno so affollano il suggeritore, i musici, il capocomico, gli altri attori fuoriscena che vanno e che vengono, tutti prodighi di buoni consigli, di battute mordaci, di critiche velenose, mentre al centro la Commedia procede. Un teatro nel teatro, insomma, dove le smorfie e le burle trovano ragione e ragionamento.

Tutti molto bravi gli attori, coinvolgenti quando non travolgenti: l’illusione di assistere – dal “di dentro” – ad una recita di paese, aggiunge incanto e simpatia, intorno ad un Arlecchino (Enrico Bonavera) semplicemente perfetto. Inarrestabile, pasticcione, commovente: sarà un semplice in balia della sorte, o un genio dell’arte di sopravvivere?

Le sue smorfie e le sue mosse sono inarrestabili, talmente spontanee, quasi primordiali, istintive, da immedesimarci totalmente. Tra tutte la caccia alle mosche (il suo pranzo…), un gioco di mimica in cui coinvolge anche il pubblico ‘vero’.

Intorno, il capocomico Pantalone sbraita, smanioso di dare alla ‘sua’ compagnia lezioni di modernità, i due suggeritori ai lati del piccolo palco, mezzo sordi, si addormentano e non danno la battuta, Silvio e Clarice (i due com-promessi sposi) inscenano un duello canoro…ed ogni volta è proprio il confusionario Arlecchino a riportare ordine nella compagnia: entra in scena lui, e finalmente il racconto fa avanti, gli attori procedono, i dialoghi si concludono.

Uno spettacolo completo, appagante, coinvolgente.

E tre capolavori al prezzo di uno: il testo di Goldoni, la regia geniale di Strehler, la bravura eccezionale degli attori. Da non perdere.

Informazioni:

Regia di: Giorgio Strehler

Messa in scena: Ferruccio Soleri e Stefano de Luca

Con: Enrico Bonavera, Giorgio Bongiovanni, Francesco Cordella, Alessandra Gigli, Stefano Guizzi, Pia Lanciotti, Sergio Leone, Lucia Marinsalta

 

 

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