‘La classe operaia va in paradiso’: come eravamo, come non saremo mai più al Teatro Argentina

‘La classe operaia va in paradiso’: come eravamo, come non saremo mai più al Teatro Argentina

Al Teatro Argentina una rivisitazione del film ‘La classe operaia va in paradiso’.

Anni difficili, quelli. 1971, il sessantotto dietro le spalle, la fabbrica come alienazione, spersonalizzazione, l’operaio diventato quasi un ibrido, un uomo-macchina, quasi un cyborg ante litteram, come ricorda il benvenuto mattutino dagli altoparlanti dello stabilimento BAN “non dimenticate che macchina più attenzione uguale produzione”.

Lulù Massa è l’uomo macchina: fanatico del cottimo, stakanovista dai ritmi irraggiungibili per gli altri operai, amato dalla direzione e dal marcatempi di fabbrica, odiato e sfottuto dai suoi colleghi. Trascende la sua virilità nella produzione, nei gesti meccanici, ripetitivi, insensati: suo vanto, la velocità, la rapidità. Ai limiti del possibile, ai limiti del pericolo: e oltre.

Finché le sue ‘amate’ macchine non lo tradiscono: e ci lascia un dito. Allora tutto cambia, improvvisamente, incomprensibilmente (per Lulù). Poteva capitare a chiunque, è capitato a lui, e niente sarà più come prima.

Raccontare oggi questa storia, non è facile: quello che allora faceva rabbia, e polemica, ciò che coinvolgeva, che riguardava tutti, direttamente o meno, oggi quasi fa tenerezza.

Si pensa ad un mondo in via di estinzione, alla robotizzazione: gli operai come specie protetta, la fabbrica come un mondo perduto, il padrone come una rassicurante, anonima e benevola presenza (o assenza), spesso multinazionale, offshore, socialmente responsabile. Toni quasi sommessi, spigoli smussati, conflitti (sindacali, ambientali, esistenziali) che diligentemente scivolano fuori della cronaca, fuori dello schermo, fuori del nostro radar (così ingombro d’altro ciarpame).

Il primo merito di quest’operazione teatrale, è quindi quello di averci restituito qualcosa che avevamo perduto, e non lo sapevamo: il conflitto. Animata da uno zelo filologico quasi maniacale, evidentemente rivolto al film di Petri (gli interludi sono i titoli di coda del film, i cambi scena sfruttano spezzoni e dialoghi dell’originale…) la pièce recupera nei dialoghi sferzanti, nei toni a tratti feroci, e nei ritmi che alternano riflessione e violenza, tutta la forza del film.

È testimonianza, è memento, è richiamo più che ad un’epoca, ad uno stato di cose, forse non così lontano e superato.

Quando l’alienato Lulù subisce il suo infortunio, perde l’unica identità che si è dato, quella di agente della produzione, di cottimista ad oltranza, di superuomo della catena di montaggio. Entrano in crisi le relazioni personali, amicali e affettive, entrano in crisi i meccanismi di potere, entra in crisi la sua stessa rappresentazione della realtà.

Si ribella Lulù, e comincia a farsi – lui, insospettabile – domande diverse, per cui non trova risposte. E se le cerca (le risposte) più forte, ne trova solo delle altre (di domande).

Intorno agli attori, alle scene, si affaccendano regista e sceneggiatore (il duo Petri – Pirro), prima iniziatori, poi commentatori della ‘loro’ storia, e un menestrello scivola tra le file della platea, facendosi carico con la sua chitarra di ricordarci che il passato in fondo non è passato proprio del tutto. E la conclusione (amara) della vicenda di Lulù allude ai giorni nostri: gattopardescamente, nonostante gli slogan studenteschi e le battaglie sindacali, tutto finirà per essere riassorbito dalla ‘normalità’ della fabbrica, dall’illusione che produrre sia vivere.

Questa “classe operaia” non va molto più in là di quella del film: estremamente fedele, puntigliosamente onesto, il testo teatrale si concede minime libertà ‘di contesto’ (come rappresentare gli autori del film come personaggi in scena, o simpaticamente stornellare in platea..). Ma anche se il Paradiso rimane fuori portata, il pensiero si risveglia, la speranza è che non sopraggiunga il sonno (della ragione).

Per il resto, tutto più che all’altezza: scenografie essenziali, e un po’ inquietanti, ma estremamente suggestive, attori bravissimi, senza una sbavatura, senza una forzatura: tra gli altri, spettacolare Lino Guanciale, forte e vibrante nel ruolo di Lulù.

Da  vedere, possibilmente senza vedere (prima) il film.

Informazioni:

Liberamente tratto dal film di Elio Petri

Regia: Claudio Longhi

Con: Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini

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