USA: Trump mantiene la parola e sgretola il lavoro di Obama

USA: Trump mantiene la parola e sgretola il lavoro di Obama
Il 45° presidente Americano, Donald Trump, nello studio ovale - Foto: AP

Il ritiro degli Stati Uniti dal trattato di libero scambio Transpacifico rappresenta il mantenimento di una promessa di Trump, lo sgretolamento del lavoro di Obama e compromette l’avvenire economico del paese per la stampa Americana

WASHINGTON D.C – Donald Trump è un personaggio che certo fa discutere qualsiasi cosa faccia. La sua reputazione lo pone sempre di fronte agli inevitabili pregiudizi che lo circondano. Tuttavia, nelle prime ore del suo mandato presidenziale si sta manifestando come un uomo di parola. Già, perché nella sua aggressiva campagna elettorale ha spesso ripetuto che tra le prime cose che avrebbe fatto, se eletto come presidente, avrebbe abolito il Trattato TTIPP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti – Transatlantic Trade and Investment Partnership –  è un accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America).Un accordo, negoziato per anni dallo stesso Obama. ”The Donald” non ha perso tempo e ha ratificato il trattato (trattasi di formalità poiché il Senato non l’ha ancora ratificato ma resta un atto simbolico importantissimo). Inoltre, ha sancito lo stop ai fondi federali delle Ong che praticano l’aborto e bloccato le assunzioni federali con un provvedimento del tutto simile a quello intrapreso da George W.Bush nel 2001.

La sua scelta è aspramente criticata da molti personaggi di un certo peso, come il senatore repubblicano John McCain (ex avversario di Obama nelle presidenziali del 2008), che ha apertamente parlato di “un grave errore con conseguenze durature per l’economia Americana”. Punto di vista evidentemente condiviso anche da fonti dell’amministrazione Obama che confermano che questa scelta influirà pesantemente sulle esportazioni statunitensi e sulla perdita di moltissimi posti di lavoro. Il “Washington Post” ha descritto questo atto come “altamente simbolico”. I paesi coinvolti in questo trattato sono Canada, Messico, Cile, Perù, Giappone, Malesia, Vietnam, Singapore. Brunei, Australia e Nuova Zelanda.

Nel mirino del 45° presidente, c’è soprattutto la riduzione fiscale: ”Vogliamo riportare la produzione manifatturiera in questo Paese, assumendo lavoratori americani” anche attraverso un “enorme taglio alle tasse”, come ha dichiarato lo stesso Trump in un incontro con una delegazione di imprenditori.

L’AGENDA TRUMP

Tra i punti importanti da analizzare c’è anche “An America first energy plan” (un piano energetico prima l’America). Un progetto che prevede di usare le risorse del paese (gli USA hanno moltissimi giacimenti nel territorio) togliendo vincoli e tutta la burocrazia. Un’idea che almeno sulla carta potrebbe portare tra sette anni un aumento di 30 miliari di dollari come ricorda “Il Sole 24 Ore”.

Il nuovo presidente sta facendo letteralmente a pezzi i provvedimenti del suo predecessore e non sorprende, quindi, il via libera al Dakota Access, che attraversa le terre sacre dei Sioux (discendenti di popolazioni che vivevano nelle grandi pianure centrali degli Stati Uniti e del Canada), e il Keysonte Xl, il famoso canalone adibito al trasporto di 800 mila barili di petrolio al giorno dal Canada alle raffinerie del Texas e Louisiana. Per quanto concerne, invece, gli aspetti ambientali e climatici, il presidente repubblicano ha chiaramente risposto no a politiche e vincoli climatici anche se, il documento presentato sul sito della Casa Bianca, per quanto ambiguo, parla di proteggere l’aria e le acque dall’inquinamento.

 

La direzione dell’agenda politica del neo presidente converge verso un protezionismo che vede gli scambi commerciali come irrilevanti e senza benefici per il popolo americano. Nei fatti, però, permettono agli americani di accedere ai migliori prodotti sul mercato sostenendo la crescita e l’innovazione. Un protezionismo che ricorda quello degli anni trenta con il rischio di portare il paese all’isolazionismo. Di certo, è netta la spaccatura con quanto fatto ad oggi dagli otto anni di amministrazione Obama.

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