Il caso tedesco dell’Npd e i limiti della democrazia

Il caso tedesco dell’Npd e i limiti della democrazia

L’obiettivo del partito è il sovvertimento della Repubblica ma non per questo è incompatibile con la democrazia: è questa, in sintesi, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca che ha respinto la richiesta di scioglimento del gruppo filo-nazista dell’Npd, il Partito Nazionaldemocratico Tedesco. La procedura era stata avviata il 14 dicembre 2012 quando il Bundesrat quasi all’unanimità (solo la regione dell’Hessen non votò a favore) aveva fatto appello all’articolo 21 della costituzione tedesca per sottoporre alla corte di Karlsruhe la questione circa la compatibilità del partito neonazista con l’ordinamento istituzionale tedesco. La Corte era già stata chiamata in precedenza ad esprimersi sull’Npd ma nel 2003 aveva respinto la richiesta per la presenza di vizi procedurali.

La sentenza del 17 gennaio di quest’anno riporta che “seppure l’Npd persegue fini anticostituzionali, mancano allo stato attuale motivazioni concrete e di peso che facciano sembrare probabile che le loro azioni possano avere effettivo successo”, concludendo con l’affermazione che “il porre da parte di un partito di un fine diretto contro l’ordinamento democratico non basta per uno scioglimento dello stesso”. In buona sostanza l’esito del procedimento si è concluso con un riconoscimento della volontà effettiva di sovvertimento delle istituzioni democratiche ma ha negato che l’Npd costituisca una effettiva minaccia, mancando della potenzialità per la messa in atto di quanto pur attivamente persegue. Il movimento non ha infatti i mezzi né in sede politica, né come forza di pressione esterna per concretizzare le proprie minacce, annoverando tra i propri sostenitori meno di 6.000 persone.

La risoluzione interviene su un tema molto delicato, cioè sull’ammissibilità nella discussione democratica di opinioni e, ancor di più, istituzioni politiche strutturate che rigettano i valori della democrazia stessa come gruppi xenofobi, fascisti e espressamente fautori di regimi autoritari. Si tratta insomma di regolare i confini della pratica democratica in relazione a pericoli che potrebbero metterla in serio pericolo dall’interno. La Germania, memore della storia del secolo passato, ha risolto la problematica con l’introduzione del Parteiverbot per quei partiti che attentano alla propria Costituzione. Il ricorso a questo strumento, viene però ribadito, deve essere considerato come l’ultima spiaggia a cui far appello nel caso di un effettivo pericolo per l’ordinamento istituzionale presente; mancando questa precondizione la norma rimane quella del libero dibattito democratico.

La sentenza infatti ribadisce che l’articolo 21 della Costituzione tedesca non contempla alcun divieto di pensiero o di Weltanschauung e in questo senso anche il rifarsi esplicitamente al nazionalsocialismo non costituisce di per sé motivo sufficiente per lo scioglimento di un’associazione politica. La sentenza della Corte Costituzionale ci tiene però anche a ribadire espressamente l’orientamento fortemente contrario ai principi della Repubblica tedesca dell’Npd, di cui si attesta un comportamento antisemita, il revisionismo storico, il ricorso a vocabolario, testi, canzoni e simboli di stampo nazista, l’atteggiamento razzista e perciò contrario agli articoli fondamentali dei diritti dell’uomo.

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