Gran Bretagna, la moderna e comune schiavitù

Gran Bretagna, la moderna e comune schiavitù

Schiave del sesso. Lavavetri. Custodi di piantagioni di cannabis. Servitù per debiti. Sono i nuovi schiavi della Gran Bretagnna raccontati nell’inchiesta “Britain’s Modern Slave Trade” di Al Jazeera. 

Anna ha 27 anni e viene dalla Romania. A sedici si è innamorata di un suo connazionale che l’ha convinta a seguirlo in Italia. Le solite promesse: una vita migliore sotto lo stesso tetto in Paese dove vanno tutti. Poi la Gran Bretagna. Anna non sa che quell’uomo sarà come l’ingresso in un inferno lungo undici anni. Anna non sa che sarebbe diventata una schiava del sesso fino al 2014, quando un’operazione di polizia la liberò per sempre.

Sono storie del genere quelle raccontate in “Britain’s Modern Slave Trade”, l’inchiesta prodotta da Al Jazeera. Il servizio è stato realizzata dalla sezione britannica del network. Le diverse storie sono vicende personali e possono essere ampliate all’intera condizione di migliaia di persone nel Regno Unito. Che non è mai stato così vicino a un qualsiasi Paese europeo.

La schiavitù in Gran Bretagna è stata abolita nel 1814, ma la realtà dei fatti è diversa. Qui come altrove. A tal punto che il governo ha promulgato una legge nel 2015 per contrastare il fenomeno dello sfruttamento sul lavoro gestito da organizzazioni criminali.

Secondo Kevin Hyland, responsabile della commissione nata in seguito alla legge, «quelli presentati nell’inchiesta rappresentano solo 13mila tra gli schiavi, vere e proprie persone vittime di servitù per debiti». La maggior parte di loro proviene da diversi paesi, 97 secondo Caroline Young della Uk Criminal Agency.

Vietnam-Gran Bretagna solo andata

«Dovrai pagare di tasca tua – spiega una donna – ma noi ti faremo arrivare dove vuoi». Siamo a Nghe an Provence, nel cuore del Vietnam. Nel Paese asiatico la povertà è ancora un flagello con radici lontante e molti cittadini cercano fortuna altrove, spesso rivolgendosi a persone che facilitino le cose. In cambio di tutto.

«32mila sterline e ti faremo arrivare in Russia, poi da lì Germania e Francia in macchina. I controlli? – chiede con fare traffichino – ti faremo le carte da studente, così potrai cambiare posto. Ah – conclude – porta anche tua moglie: non vorrai rimanere solo nel viaggio e lasciarla qui?».

Questa donna abita in una casa vicina al centro di Provence e gestisce il traffico di esseri umani dal Vietnam all’Europa. I viaggi sono pagati dai potenziali clienti, che ottengono in cambio tutto il necessario e i mezzi per giungere a destinazione. Ma, come avviene nella aree del Maghreb e del centro Africa, questi sfruttatori si prendono le loro assicurazioni.

Spesso i viaggiatori non hanno così tanti soldi, ma il problema non persiste. I trafficanti sanno dove abitano i familiari dei clienti, quanti soldi hanno e cosa fargli fare per saldare il debito.La prima cosa arrivata in Gran Bretagna è lavorare. Ma per loro.

Il luogo prediletto sono i negozi di estetica e ricostruzione unghie, noti come “nails shop”. In questi esercizi commerciali, spesso vero e proprio ricettacolo di manodopera abusiva sfruttata dalla criminalità organizzata locale, si realizza il lento incatenamento dei viaggiatori nei confronti dei loro garanti. Clic, la catena è chiusa.

A Romford, a nord-est della Gran Bretagna, i giornalisti di Al Jazeera sono riusciti a entrare in contatto con alcuni lavoratori di un nail shop locale, la vita è molto dura e la paga misera. «Ero spaventata e chiusa dentro una macchina per tutto il tempo – racconta una ragazza ricordando il suo viaggio – mi sono cosparsa di petrolio per non far sentire il mio odore ai cani in frontiere. Molto pericoloso».

Coltivatori di cannabis in Gran Bretagna

«Vuoi vedere dove lavoro» chiede un ragazzo asiatico alla giornalista tramite video-chat. La stanza è piena di piante di marijuana, che ricoprono lo schermo del computer con cui i due stanno parlando. Lui è un custode di una “cannabis farm”, non campi o casali rustici votati alla marijuana, ma veri e propri appartamenti riconvertiti in luoghi di produzione.

Ogni stanza contiene centinaia di piante di cannabis che ragazzi come quello intervistato custodiscono dalle forze dell’Ordine della Gran Bretagna. Il lavoro consiste nel dare i nutrienti alle piante e controllare che nessuno venga a conoscenza della piantagione.

«Guarda queste – dice il giovane inquadrando qualche vaso con piante già rigogliose – Sono giovani e hanno a malapena tre giorni, con i fertilizzanti chimici crescono subito». La paga promessa è molto lontana dalle poche sterline percepite dal ragazzo, che dorme su un vecchio materasso accanto alle piante respirando le stesse sostanza che spruzza sulle piante.

«Sono triste perché è molto tempo che non vedo nessuno – spiega – Un giorno, dopo aver raccolto un po’ di soldi me ne andrò».

«Come posso distruggerle?»

Un ragazzo di origine africane racconta la sua storia. Preferisce rimanere anonimo perché vuole vivere in Gran Bretagna. «Avevo 17 anni quando fondai un gruppo e iniziai a fare rap – spiega – Poi è arrivata una richiesta da un uomo molto, molto influente. Ho organizzato un’incontro e trattato il prezzo». Fatto.

Così il giovane è diventato un pappone, od organizzatore se preferite, gestendo le ragazze dei sobborghi di Leeds. Adesso è uscito dal giro, ma accompagna lo stesso i giornalisti di Al Jazeera nel suo ex mondo.

L’uomo del giro viene incontrato in un negozio comune. Si chiama Robert ed è un pappone di origini romene. I suoi affari vanno bene: una ragazza costa 500 pound. A serata. Incontri abbastanza eccellenti per gente eccellente – o semplicemente con la grana. Robert tiene le sue consulenze in macchina, lontano da occhi indiscreti. «Non l’ho pagata un centesimo, amico – risponde l’uomo al giornalista che gli chiede il prezzo della vettura – Gli ho dato una donna tutta la notte».

Per Robert il suo lavoro è un continuo incutere terrore. Senza non “avrebbe polso”, non potrebbe gestire le ragazze. «Mi domando sempre: come posso distruggerle mentalmente per controllarle?». L’atmosfera è rara per quanto è terrificante. I metodi invece sono sempre gli stessi: violenza, minacce ai familiari presenti nei Paesi di origine delle ragazze e insulti. O punizioni.

La stessa Anna è stata spesso oggetto di sevizie perpetrate dai clienti come dai suoi sfruttatori. «Tutto ciò che guadagnavo andava a loro, ma mi è capitato di essere obbligata a fare sesso al buio con i clienti e di subire torture: dai bagni in acqua fredda all’essere legata e picchiata».

Come in ogni semaforo

In una via della zona industriale del Midwest c’è un car wash. Ogni macchina che entra viene circondata da tre o quattro ragazzi che velocemente eseguono la procedura di pulizia. Aspirazione della tappezzeria, parafanghi, cristalli. Sono ragazzi provenienti dall’est, prevalentemente Romania, e lavorano come lavavetri.

Claudio è uno di loro e riesce a entrare in contatto con i giornalisti di Al Jazeera. Indossa una telecamera nascosta e inizia a far vedere la sua stanza, situata accanto alle zone di lavaggio. «Dormo in questa piccola stanza per 40 sterline a settimana. Come vedete – parla alla telecamera inquadrando dei rubinetti – non abbiamo acqua. Le finestre sono rotte e sempre aperte anche in inverno. E’ una vita di merda qui dentro».

Anche in questo caso la paga è misera e completamente diversa da quanto promesso. In media, ogni lavavetri guadagna circa 50 sterline a settimana e rimane ben poco per se. O per andare via.

Quest’ultima ipotesi è impossibile, perché Avion, il gestore del car wash, gli ha sottratto i documenti per impedirgli di andare via. Avion è albanese e fa paura a tutti i ragazzi perché usa la violenza con loro. Cazzotti nello stomaco o in faccia, quando passa lui i ragazzi lavorano come macchine.

«Voglio morire» dice un compagno di stanza di Claudio mentre è al telefono con qualcuno. Quando uno dei giornalisti si reca da Avion per chiedere spiegazioni, questi evita le sue domande. «Non ho mai avuto persone a lavorare in queste condizioni. Anzi, molti di loro lavorano anche nelle concessionarie qui vicino»

Le concessionarie della zona a cui si riferisce lo sfruttatore sono di due marchi ben noti: Volvo e Kia. Tre ragazzi impegnati nel car wash infatti fanno anche un secondo lavoro presso i parcheggi di questi centri auto.

Lavano le vetture e le proteggono dal freddo inverno britannico. Il problema è come due colossi del mercato automobilistico consentano di far lavorare persone sfruttate nei concessionari della Gran Bretagna. L’unica risposta in questo senso è stato un vago «indagheremo» da ambo le parti.

Nel frattempo Claudio ha trovato il modo di andare via. Tornerà in Romania. «Quando sono arrivato qui pesavo 78 chilogrammi. Ora 65. Ho le mani distrutte dai saponi e dalle sostanze chimiche per auto. Mia mamma e mio fratello non devono sapere. Voglio solo tornare a casa».

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