Stati Uniti: Obama in rotta verso Gerusalemme senza un piano di pace

A due giorni dall’arrivo del Presidente degli Stati Uniti a Gerusalemme, gli israeliani sembrano dividersi tra il sollievo di molti e la rassegnazione ironica di altri. L’evento ha perso il suo fascino ma non la sua importanza emozionale e strategica. 

Quattro anni fa il campo di pace a Israele come negli Stati Uniti o in Europa sperava con fervore nell’arrivo a Gerusalemme del confermato Presidente americano. Circondato da personalità chiave della comunità ebraica americana, e da qualche dirigente del mondo arabo, Obama avrebbe saputo trovare le parole giuste per ricondurre gli israeliani e i palestinesi sul cammino delle negoziazioni per la pace. Il suo discorso al Knesset (parlamento) avrebbe avuto per il Medio Oriente un’importanza pari a quella delle parole di Abramo Lincoln a Gettysburg. Avrebbe fatto crollare il muro della diffidenza tra i popoli e precisamente nella città santa di Gerusalemme.

 

Tuttavia il sogno non è diventato realtà rimanendo una simpatica illusione distante purtroppo dalla realtà. Nel  2009 gli Stati Uniti non avevano più la volontà ne i mezzi per imporre la pace agli israeliani e ai palestinesi che credevano sempre meno nella risoluzione dei due Stati.     

Nel mese di marzo 2013 la situazione è senz’altro peggiorata. In realtà, nello spazio di quattro anni, tutti i parametri della speranza sembrano essere difficilmente raggiungibili. L’arrivo di Barack Obama a Gerusalemme nel 2013 sarebbe diventato un simbolo di un nuovo status per gli Stati Uniti, l’entrata in un mondo caratterizzato dall’impotenza e dall’influenza degli Stati Uniti ? 

La situazione è più complessa di quanto si possa pensare, è il prodotto dell’incontro di diverse evoluzioni. Su un piano strettamente locale, Israele ha ancora indurito le proprie posizioni nel corso degli ultimi anni. Il voto di sfida espressa due mesi fa dalla società israeliana all’incontro della coalizione che era al potere non significava un ritorno verso il centro e non traduceva certamente la volontà di riprendere le negoziazioni con i palestinesi. Era prima di tutto un voto societario ed economico che denunciava l’esistenza di troppe differenze tra i ricchi e poveri da una parte e religiosi e laici dall’altra. Quanto ai palestinesi, oltre alle divisioni profonde sembra difficile concepire almeno per ora un tavolo di negoziazione.  

Sul piano regionale l’instabilità accelerata dopo l’inizio della Primavera Araba non incoraggia il movimento. Paradossalmente nel momento in cui si allontanano progressivamente l’uno dall’altro, sembrano andare nella stessa direzione, quell’ asiatica, concepita da Israele come una tentazione mentre per gli americani una priorità strategica. Obama arriva dunque a Gerusalemme senza un piano di pace. Non dovrebbe essere una fonte di sollievo ma d’inquietudine per gli israeliani. 

Manuel Giannantonio

18 marzo 2013

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