Egitto, cittadini in piazza: sfida ad Al Sisi

Egitto, cittadini in piazza: sfida ad Al Sisi

Continuano le tensioni in Egitto dopo le proteste contro Al Sisi. Scontri tra manifestanti e polizia, decine i giornalisti arrestati. Tra propaganda e violazioni l’esecutivo di Al Sisi è allo scoperto.

La primavera in Egitto è calda, caldissima. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza nelle ultime ore al grido di “Abbasso il regime militare”. Le manifestazioni nell’area Dokki del Cairo sono contro il presidente Abdel Al Sisi.

Controllo totale – In Egitto il regime di Al Sisi vieta per legge ogni tipo di manifestazione contro il governo, salvo richieste presentate con notevole anticipo. Le proteste sono contro la cessione all’Arabia Saudita delle isole Tiran e Sanafir, nel Golfo di Aqaba. Stando al patto del 1950 tra i due Paesi, che prevedeva la protezione egiziana delle isole da possibili attacchi di Israele per 66 anni, l’Egitto deve restituire i due territori. Tuttavia la questione delle due isole è solo parte delle motivazioni che hanno spinto gli egiziani a scendere in piazza. Tra discorsi ufficiali e dei media di regime su «oscure forze del male che vogliono creare il caos e minacciare la stabilità del Paese», la portata delle proteste hanno un significato più profondo: il dissenso contro Al Sisi è all’apice. Alle proteste hanno infatti partecipato comuni cittadini, personalità di spicco e gruppi politici, dai Fratelli Musulmani alla sinistra laica passando per i liberali. Tutti sono uniti per denunciare le violazioni dei diritti fondamentali perpetrate dal governo di Al Sisi, dove rientra anche il caso Regeni. In diversi teatri di protesta ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia. In piazza al-Mesaha le forze dell’ordine in assetto antisommossa hanno disperso un centinaio di persone con gas lacrimogeni e idranti. Dalle prime ore del mattino Il Cairo – come Alessandria e altre città – sono state blindate dalle autorità con presidi militari nei luoghi più noti, come piazza Tahrir e piazza Rabaa al Adawya. Centinaia i mezzi pesanti della polizia utilizzati per controllare le vie transito come la “ringroad”, il raccordo anulare della capitale egiziana. Anche i mezzi di comunicazione sono bloccati: Telecom Egypt ha interrotto le comunicazioni di telefonia fissa, mobile e web nelle arre centrali del Cairo, tra Mohandseen e Zamelik.

Manetta facile – La procura di Giza ha imposto la custodia preventiva per 4 giorni per alcuni dirigenti del “Movimento del 6 aprile”, gruppo con un ruolo importante nella primavera araba del 2011. Fonti della sicurezza danno notizia di attivisti politici arrestati dopo un’incursione nella sede del partito El Karama, sempre a Dokki. Tra gli arrestati anche l’avvocato Malek Adli, Amr Badr e Mahmoud El Sakka, accusati di incitazione a manifestare, di aver pubblicato informazioni false e di tentativo di rovesciamento del regime al potere. Il partito è guidato da Hamdin Sabbahi, il candidato alle presidenziali del 2013 e del 2014 rivale di Sisi. Tra gli arresti spiccano i numero di giornalisti impegnati nel coprire gli avvenimenti: secondo Jaled al-Bashi, vice presidente del sindacato dei giornalisti egiziano, sono 35 i reporter arrestati nelle diverse città. La stessa via della sede del sindacato è stata chiusa con recinzioni in acciaio dalla polizia per “motivi di sicurezza”. «Venticinque giornalisti sono stati rilasciati» ha precisato al-Bashi, mentre tra i dieci fermati ci sono anche quattro stranieri. Secondo il Daily News Egypt si tratterebbe di un giornalista danese del settimanale egiziano Al Ahram Weekly; della francese Jenna Le Bras, del sito Middle East Eye e dei connazionali Samuel Forey e Francois Hume-Ferkatadji, di Radio Free Europe. Weichert sarebbe stato nel frattempo rilasciato. La stessa Le Bras ha scritto sul suo profilo Twitter che gli agenti hanno sequestrato il suo passaporto e di essersi rifiutata di salire su un microbus della polizia.

Caccia al giornalista – Il governo del presidente Al Sisi è ormai allo scontro aperto contro l’intera comunità internazionale in materia di informazione. Il caso Giulio Regeni è oggetto di numerose indagini giornalistiche come di limitazioni governative nei confronti dei molti reporter impegnati a fare luce sulla vicenda del giovane ricercatore friulano. Giovedì scorso l’ennesimo capitolo di repressione alla libertà di stampa è venuto alla ribalta con la denuncia dei pm egiziani all’agenzia Reuters, che aveva pubblicato un articolo sul caso Regeni attraverso fonti d’intelligence. La denuncia è stata esposta da al Azbakiya, capo della stessa stazione di polizia dove, secondo la Reuters, Regeni era stato inizialmente portato. Stando all’agenzia britannica Regeni era stato fermato dalla polizia e poi trasferito lo stesso giorno della sua scomparsa in un edificio dei servizi di sicurezza: versione opposta a quella fornita dalle autorità egiziane. Come è diversa la dichiarazione di tre funzionari dei servizi segreti egiziani rispetto a quella del governo: i tre hanno confermato la presa in custodia dello studente prima della sua morte. Le informazioni sono state bollate come «bugie» sulla stampa e sui social filo-regime; recente le dichiarazioni della “giornalista” Rania Yassen, che ha definito il caso Regeni come «un complotto». Anche Il ministero dell’Interno egiziano, che gestisce la polizia, ha definito l’articolo come «infondato», condannando l’uso da parte della Reuters di fonti anonime. L’accusa contro l’agenzia e Michael Georgy è quella di pubblicare «notizie false volte a turbare l’ordine pubblico». Al momento le autorità egiziane si stanno muovendo per presentare le prove della falsità delle informazioni divulgate dalla Reuters: il giornalista Georgy rischia fino a un anno di prigione e una multa fino duemila euro in caso di condanna. Dalla sede di Reuters, David Crundwell, uno dei vice-presidenti dell’agenzia, ha appoggiato il lavoro dei suoi giornalisti al Cairo: «La storia non ha precisato chi è responsabile per la morte di Regeni ed è coerente con il nostro impegno per l’informazione accurata e indipendente». La vicenda ha preoccupato ulteriormente gli osservatori sul crescente deterioramento della libertà di stampa in Egitto. Risale all’agosto dell’anno scorso il caso di tre giornalisti condannati al carcere per aver diffuso notizie di supporto all’ex presidente Morsi e al gruppo dei Fratelli Musulmani, considerati «terroristi» dalle autorità egiziane. Si trattava dell’australiano Peter Greste, dell’egiziano Baher Mohammed e del canadese Mohamed Fhami di al-Jazeera, emittente televisiva del Qatar, poi rilasciati dalla concessione di grazia di Al Sisi. In una recente inchiesta il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha rilevato che, in materia di libertà di stampa, l’Egitto è il Paese con più detenuti: ben 23 i giornalisti dietro le sbarre.

 

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