al Sisi: «Italia rischia un’altra Somalia. Faremo luce sul caso Regeni».

al Sisi: «Italia rischia un’altra Somalia. Faremo luce sul caso Regeni».
Crediti: Reuters

L’attuale Presidente egiziano al Sisi ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui ha espresso preoccupazione per le modalità di intervento italiane ed europee in Libia. E ha promesso verità sul caso Regeni.

«Il problema non è solo l’Isis, ma l’intera ideologia fondamentalista dei diversi gruppi in quell’area». Lo ha dichiarato Abd al-Fattah al-Sisi, attuale capo di stato egiziano in carica dal giugno 2014, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica. Il leader egiziano ha espresso forti perplessità, in nome «dell’amicizia che lega l’Italia all’Egitto», sulle modalità d’intervento militare in Libia da cui l’Italia ha ricevuto  recentemente la benedizione statunitense per il comando delle operazioni.

Diverse modalità d’intervento – Il Presidente al Sisi si è detto preoccupato su «come entrare e uscire in Libia» oltre che ai problemi legati alla rifondazione delle forze armate, istituzionali e sociali una volta che l’intervento sarà terminato, esprimendo dubbi anche sulle cause che muovono gli eserciti in quel territorio. Il problema per al Sisi non è soltanto l’Isis ma «l’ideologia estremista che chiede ai propri seguaci di uccidere chi è fuori dal gruppo. Bisogna essere consapevoli – ha aggiunto –  che abbiamo davanti gruppi differenti: cosa dire delle reti qaediste come Ansar al Islam, gli Shabab somali o Boko Haram in Africa?”. Eppure, secondo al Sisi, un’alternativa più funzionale ci sarebbe: appoggiare l’Esercito nazionale libico legato al parlamento di Tobruk, unica entità governativa riconosciuta dalla comunità internazionale e sostenuta da due anni anche dall’Egitto. Una mossa del genere significherebbe per al Sisi «fare il lavoro molto meglio di chiunque altro, meglio di ogni intervento esterno che rischia invece di portarci in una situazione che può sfuggire di mano e provocare sviluppi incontrollabili».

Le responsabilità dell’Europa – Conseguenze caotiche che rischiano di trasformarsi «in un nuovo Afghanistan o in una nuova Somalia» dove interventi durati più di trent’anni non hanno portato i progressi sperati: «i risultati – ha detto a riguardo al Sisi – sono sotto gli occhi di tutti, la storia parla chiaro». E le conseguenze di un’azione irresponsabile toccherebbero non solo aspetti politici e di sicurezza ma anche fenomeni sociali e migratori. «Dobbiamo agire in fretta e difendere la stabilità di tutti i paesi che non sono ancora caduti nel caos – ha detto al Sisi – problemi che poi possono trasformarsi in minacce alla sicurezza pure in Europa. Guardate cosa sta succedendo con le persone in fuga dalla Siria: cosa accadrebbe ad esempio se l’Europa dovesse misurarsi con un’ondata di profughi due o tre volte più grande di quella attuale? Per questo dico che non ci si può occupare solamente del problema militare della Libia». Nonostante la presidenza di al Sisi abbia diviso i pareri di osservatori e associazioni che operano per i diritti umani – su tutti Amnesty International, che ha riscontrato gravi limitazioni in tal proposito da quando al Sisi è al potere – l’Egitto, stando alle cifre dichiarate dall’attuale Presidente, «ospita cinque milioni di profughi provenienti da Libia, Iraq e Siria: li trattiamo come fratelli dividendo con loro ciò che abbiamo. Non è un invito a emigrare – sottolinea al Sisi – ma un monito per l’Europa che deve sostenere quei paesi dove ci sono fame e disperazione così da creare un ambiente più sicuro e stabile che convinca i giovani a restare a casa e a non partire. Questo, in senso metaforico, sarebbe il vero muro da costruire. Io dico sempre che capacità significa responsabilità, significa che i mezzi di cui disponete vi danno la responsabilità di aiutare la gente e i paesi che soffrono»

Le responsabilità di al Sisi sul caso Regeni – Il Presidente egiziano ha anche avuto modo di parlare dell’omicidio di Giulio Regeni, giovane ricercatore friulano dell’università di Cambridge assassinato il 25 gennaio scorso al Cairo, e vero tema dell’intervista rilasciata a Repubblica dal capo di Stato all’interno del palazzo presidenziale. «Mi rivolgo a voi come padre prima che come presidente – ha detto al Sisi rivolgendosi ai familiari di Regeni – comprendo totalmente la pena e il dolore che state provando per la perdita di vostro figlio, sento il senso di amarezza e lo sconvolgimento che ha spezzato il vostro cuore. Vi prometto che faremo luce e arriveremo alla verità, che lavoreremo con le autorità italiane per dare giustizia e punire i criminali che hanno ucciso vostro figlio». Successivamente l’attuale capo di Stato egiziano ha assicurato l’impegno degli organi egiziani nelle indagini sottolineando «la profonda amicizia storica e commerciale tra Italia ed Egitto»; riprendendo la pista delle forze “oscure” interne , che «attraverso ritorsioni colpiscono l’Egitto, da sempre in prima linea contro gli estremismi»,, ed esterne al Paese: «Sappiamo tutti chi sono questi Paesi e questi partiti che sostengono i terroristi».

Le reazioni – Al plauso di Matteo Renzi su queste dichiarazioni risponde Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, intervenuto oggi ai microfoni della trasmissione ‘Il mondo è piccolo’, condotta da Fabio Stefanelli su Radio Cusano Campus. «Prendere atto di questo impegno di al Sisi a far emergere la verità che stiamo chiedendo. Ma qui mi fermo – ha detto l’attivista – perché non mi piace l’entusiasmo sperticato con cui sono state accolte le dichiarazioni di al Sisi da Renzi e non mi piacciono alcune espressioni di al Sisi riguardo i rischi di quello che potrebbe accadere tra Italia ed Egitto se si tirasse troppo la corda: come se avesse mandato un messaggio del tipo “accontentatevi di quello che uscirà, prendete per buona quella versione e chiudiamola così se no sono guai”. Mi pare evidente – ha aggiunto Noury – che in quell’intervista ci sia una sorta di meta testo che lascia intendere di aver subito le pressioni internazionali sul caso Regeni, ma dall’altro lato c’è anche una rivendicazione del ruolo dell’Egitto di cui secondo lui l’Italia dovrebbe tener conto. C’è – conclude – un grande assente: il tema delle violazioni dei diritti umani in Egitto e in questo contesto va inserito l’omicidio di Regeni».

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